giovedì 23 marzo 2017

"Nel momento", Vitrone fissa le sue umane visioni





Vitrone è tornato e ha voglia di raccontare. A quattro anni di distanza dal precedente “Piccole partenze”, il cantautore casertano pubblica “Nel momento”, un disco in cui emerge l’urgenza di comunicare, di esprimere il proprio pensiero e di fissare concetti e idee. Una tale urgenza comunicativa avrebbe potuto condizionare il nuovo lavoro e invece quello che ne è venuto fuori è un album compatto e solido che musicalmente, rispetto al precedente lavoro a suo nome, sposta con decisione il baricentro verso il rock. Otto brani, cinque dei quali inediti, trovano la giusta collocazione grazie al tappeto sonoro costruito da musicisti di indiscusso valore come Mimì Ciaramella, storico batterista degli Avion Travel, capace di incidere con il suo drumming moderno, i chitarristi Gianpiero Cunto e Dario Crocetta, il bassista Roberto Caccavale e poi Almerigo Pota, al basso in "Oltre il buio", e Alessandro Crescenzo, piano e arrangiamento in "Nel momento". Musicisti che non si limitano ad eseguire la partitura ma partecipano attivamente agli arrangiamenti dei brani, sempre "puliti" e allo stesso tempo ricercarti, facendo diventare il lavoro di Gennaro Vitrone quello di un collettivo in grado di esprimersi sempre su alti livelli artistici. Tra le gemme di questo disco c'è la canzone "Oltre il buio", in cui la partenza e il viaggio, temi che si confermano essere centrali nella poetica di Vitrone, vengono resi nella loro drammatica attualità. "Nel momento" è una bella istantanea del tempo in cui viviamo che deve essere fissato per non perderne memoria o peggio per non essere cancellato frettolosamente con un semplice click.  
Con Gennaro Vitrone abbiamo approfondito il discorso sulla nascita e sul significato del nuovo album.



Gennaro, "Nel momento" è il tuo secondo disco solista. Quando hai capito che era arrivato il momento di tornare in sala di registrazione?

«In realtà si era pensato ad un album realizzato live in studio che racchiudesse alcuni brani dei dischi precedenti. Live lo è diventato parzialmente perché nel frattempo sono nati cinque brani nuovi. La possiamo chiamare urgenza comunicativa».

Valige che si chiudono, partenze, stazioni, treni, pendolari, aeroporto… Il movimento e il viaggio restano una costante nella tua scrittura. Cosa ti affascina e come vivi personalmente questa situazione?

«È così, a volte non me ne rendo conto ma è una costante. Il viaggio, il movimento rappresentano la forza, la voglia, il bisogno di mettersi in gioco, di confrontarsi».

Musicalmente, rispetto al precedente lavoro, hai impresso una accelerata rock ed elettrica al tuo nuovo disco. Ritieni che questo sia l'ambito in cui la tua poetica possa esprimersi al meglio?

«Mi ritengo un musicista rock, negli anni '80 e nei primi anni '90 ho suonato in una hard rock band, poi negli anni a seguire ho cercato di sviluppare un mio linguaggio vestendo spesso i miei brani con arrangiamenti elettroacustici, è così anche nell'ultimo album in cui però la componente rock è più marcata».

Curioso come agli arrangiamenti delle canzoni da te scritte abbiano collaborato tutti i componenti del tuo gruppo…

«Questo è un collettivo, c'è una band che ha lavorato ai brani cercando soprattutto un suono. Effettivamente in sala tutti hanno dato il loro contributo, il resto lo ha fatto Giuseppe Polito, giovane produttore napoletano, Marco Sfogli, attuale chitarrista della PFM, in veste di fonico e amico, e Pompeo Zitiello proprietario di uno dei due studi dove abbiamo lavorato, scomparso prematuramente due mesi dopo le riprese, gli devo tanto, era una persona stupenda. E poi alla produzione e precisamente al mastering ha lavorato Vittorio Remino, bassista negli Avion Travel nell'album "Danson metropoli" dedicato a Paolo Conte».

Perché hai voluto ripresentare con una nuova veste due canzoni che abbiamo già ascoltato nel tuo disco precedente? E parlo di "Piccole partenze" e "Torno al giardino".

«Perché con i nuovi arrangiamenti i brani hanno indossato nuovi vestiti. È successo con "Piccole partenze", con "Torno al giardino" ma anche con tutti i brani del repertorio che suoniamo live, tutto decisamente rock».

Cosa ti fa pensare che le nuove versioni siano più azzeccate?

«Trovo interessante sia le versioni dell'album precedente che queste, sono altri punti di vista e di approccio».

L'ultima volta che ci siamo sentiti, in occasione dalla presentazione di "Piccole partenze", avevi accennato alla possibilità di andare in tour con Mimì Ciaramella, batterista storico degli Avion Travel. Ora lo troviamo tra i crediti del disco…

«Mimì è entrato nella band nel 2013 ma avevamo già suonato insieme nel 1994, quindi ci conosciamo da tempo. Lui rappresenta il vero valore aggiunto. Il suono e l'atmosfera che si respirano nell'album sono anche opera sua, noi lo abbiamo seguito. Se ascolti attentamente i brani si nota che spesso partono proprio dal suo groove, un drumming incredibile ed estremamente moderno. Del resto tutti gli Avion Travel sono dei grandissimi musicisti, una delle poche band italiane che ha ancora tanto da dire».

La tua è una scrittura per certi versi minimalista, fatta di metafore ma anche con un occhio ai drammi di oggi. E parlo della canzone "Oltre il buio" in cui è protagonista un giovane migrante che cerca di entrare in Europa nascosto in una valigia…

«Assolutamente minimalista, io lavoro per sottrazione. Cerco di soppesare le parole, di provare a scavalcare una certa retorica e nello stesso tempo provo a non perdere mai di vista la musicalità di una parola, il suono stesso di una certa parola che mi può interessare più di altre. Quando scrivo parto sempre dal testo, successivamente nasce la melodia. La storia di questo piccolo migrante, in "Oltre il buio", mi ha commosso, confesso che quando ho letto, qualche anno fa, l'articolo che parlava di questa storia ho pianto lacrime amare. Ho dei figli sono ancora più sensibile, mi sono immedesimato e ho scritto il testo descrivendo semplicemente il fatto, poche parole mettendo l'accento su ‹senti l'indifferenza l'assenza›».

In "Il finto fioraio" racconti di questo fioraio che vende fiori di plastica e stoffa che non hanno profumo e condannati a non appassire. Trovo che sia una bella metafora della società dell'effimero, dell'apparire…

«Sì, lo spunto nacque leggendo una biografia bellissima su Anna Magnani. Lei diceva, lasciate stare le mie rughe, c'è voluta una vita per averle. A queste parole bellissime ovviamente si contrappone la società dell'effimero con le sue brutture».

Tanti viaggi, alcuni ritorni e l'attimo da non farsi scappare. In "Nel momento", scatti questa istantanea che ha lo stesso nome di un libro di Andrea De Carlo…

«"Nel momento", cogli l'attimo, la vera essenza della vita. Andrea De Carlo come Erri De Luca che pure cito con "La musica provata" sono scrittori così diversi e che amo tantissimo. "Tecniche di seduzione" di De Carlo, non so quante volte l'ho riletto. Erri De Luca ti invita a riflettere, vuole essere la tua coscienza, mi ricorda tanto Pasolini, sempre contro, costi quel che costi».

Curiosa la copertina che ritrae un uomo stilizzato intento a saltare dentro una scatoletta di sardine. Perché l'hai scelta e cosa significa?

«La copertina è di Giacomo Montanaro, un artista che stimo molto. È di Torre del Greco, vicino Napoli, lavora con tecniche incredibili, oltre ai colori usa gli acidi, le muffe, crea queste opere che nella musica potremmo definire dissonanti. In questo caso il suo lavoro nasce dalle olimpiadi domestiche, il gesto di un atleta alle prese con un oggetto di uso domestico, immortalato proprio "nel momento" di massima tensione».

Come porterai queste canzoni in tour?

«Il live, come ti accennavo, è decisamente rock, grande attenzione ai suoni, questo con la band al completo. Ci saranno ovviamente degli showcase acustici per le radio, negozi di dischi e librerie dove ci esibiremo in trio, chitarre acustiche e voci. Andiamo dove ci portano le canzoni, viaggio e movimento, come vedi tutto torna».



Titolo: Nel momento
Artista: Vitrone
Etichetta: G Records
Anno di pubblicazione: 2017

Tracce
(testi e musiche di Gennaro Vitrone, eccetto dove diversamente indicato)

01. Respira
02. Piccole partenze
03. Oltre il buio
04. Una ragazza di oggi  [Vitrone; Fuschetti]
05. Torno al giardino
06. Il finto fioraio
07. Il pendolare
08. Nel momento

video

venerdì 17 marzo 2017

"Malaccetto", questione privata di Ugo Cattabiani





Quando ho preso in mano per la prima volta "Malaccetto", il nuovo disco di Ugo Cattabiani, mi sono chiesto il significato di quel cuore rosso ferito e medicato con due semplici cerotti incrociati a formare una X. Un cuore ridotto in sofferenza dagli eventi della vita o un simbolo di centralità? Ho provato ascoltando il disco a capire quale di queste due visioni potesse essere quella giusta. La verità, come spesso accade, è proprio al centro, dove appunto è raffigurata la X. Se nella poetica del cantautore parmense si colgono i segni evidenti di una certa disillusione e sofferenza interiore è anche vero che la via d'uscita c'è e la si può trovare nel cuore, nella passione e nella vita stessa. Soprattutto in una sguardo interiore capace di portare ad una riconciliazione con se stessi e ad una ripartenza, magari artistica come appunto in questo caso. "Malaccetto" è un disco estremamente godibile, dal punto di vista prettamente musicale gli arrangiamenti si legano perfettamente ai testi. Siamo di fronte ad un album vivace la cui ricchezza trasmette emozione, al contrario di quello che dicono certi addetti ai lavori nei riguardi della produzione dei giovani cantautori, ma questa è un'altra storia.
Alla realizzazione del disco hanno collaborato Daniele Morelli (chitarre acustiche), Corrado Caruana (chitarra acustica), Oscar Abelli (batteria), Gabriele Fava (sax), Alessandro Mori (clarinetto), Antonio Menozzi (contrabbasso), Domenico Maisto (pianoforte), Andrea Trevisan (armonica), Maxx Rivara (synth), Federico Del Santo (chitarra elettrica), Giovanna Dazzi e Ross Volta (cori).
Con Ugo Cattabiani abbiamo parlato naturalmente del disco ma anche di molto altro, a cominciare dall'amicizia con Andrea G. Pinketts che ha collaborato in un episodio del disco.



Ugo, iniziamo subito dal titolo del tuo nuovo disco, "Malaccetto". Può essere letto in due modi, quale è più aderente al tuo sentire e perché?

«Malaccetto è lo status di chi riceve incornate in un angolo cieco dell'arena, dove lo sguardo del pubblico non può arrivare. Nessun boato, nessuna suspense: sei alle strette, incalzato da te stesso, e capisci di esserti ficcato in un brutto guaio. È, per dirla con Fenoglio, una questione privata. Il cantautore tende a chiudersi nel ghetto dell'autoreferenzialità, e anch'io a un certo punto ho temuto di essermi incastrato da solo. Quando vado nei locali e vedo una band che fa battere il piede alla gente, mi prende l'ansia di aver sbagliato tutto. Ci sono musicisti straordinari in giro, artisti che vivono sull'orlo dell'indigenza per fare quello che sanno fare molto meglio di me. Per un certo periodo ho rifiutato il mio ruolo – quello di chi se la scrive e se la canta – perché mi restituiva la sensazione di essere fuori posto, nel contesto sbagliato. Malaccetto, appunto. Il problema è che non riesco a fare a meno di produrre canzoni: è una questione di sopravvivenza che non ha nulla a che vedere con il sostentamento. Più che di capacità o talento, nel mio caso parlerei di tara. Per questo, nonostante il disagio che mi provoca, vado avanti. Odio questa mia propensione allo psicodramma ma l'accetto».

Passiamo alla copertina con quel cuore incerottato che colpisce subito l'osservatore. Penso che abbia un significato quel cuore ferito…

«Il cuore incerottato nasce come intuizione di Luca Soncini, artista visivo e pittore parmigiano, uno dei creativi che hanno lavorato alle grafiche del disco (gli altri sono Leonardo Barbarini e Lorenzo Castellan). L'idea di una ferita che non si rimargina, che può solo essere tamponata, mi ha conquistato all'istante. Penso che Soncini abbia sintetizzato e reso evidente il sentimento da cui nasce il testo di "Malaccetto". È una canzone in cui non dico "io" ma "tu": si rivolge a chiunque abbia vissuto un certo tipo di scorno. Un pittore che prova a vivere della propria arte sa di cosa parlo. Vi rimando al sito, pieno di fantastiche visioni, www.lucasoncini.com».

In una sorta di presentazione che tu fai all'album dici che queste canzoni hanno tamponato alla bell'e meglio l'emorragia. Cosa intendi?

«"Malaccetto" non è un concept; non ho scritto le canzoni con un disegno a priori; eppure la tracklist finisce per raccontare una storia. Ho apportato modifiche ai testi (alcuni riscritti di sana pianta) quando già le registrazioni erano in fase inoltrata, proprio perché mi si stava chiarendo una meta a cui avrei voluto portare tutte e dieci le tracce. Quella meta era ed è il superamento dell'angoscia di girare a vuoto, di sprecare tempo ed energie senza centrare mai l'obiettivo: quello di comunicare col pubblico. L'emorragia è una falla esistenziale che solo la scrittura di nuove canzoni può tentare di tamponare. Il finale con "Bob della Zena" lascia aperto uno spiraglio di riconciliazione con me stesso, come il girotondo felliniano che chiude "8½"».

Nelle dieci canzoni del disco, o meglio cicatrici come le definisci tu, getti lo sguardo verso un passato pieno di speranze che poteva essere ma che non è stato. Una vena di amarezza affiora nel presente. È così o i miei ascolti serali mi hanno tradito?

«Il fallimento è necessario preludio al senso. L'amarezza per "ciò che non è stato" l'ho superata scrivendo il disco, anche se ogni tanto riaffiora quando suono dal vivo. Forse, alla soglia dei quaranta, accuso un poco di disillusione sulle mie reali capacità di portare avanti questo mestiere. Continuo a farlo perché adoro le persone che lo praticano, persone che non troverei in nessun altro ambito lavorativo. Sai, mi ci vorrebbe un manager, non sono proprio capace di vendermi. I miei cd li regalerei tutti, se potessi. Sono al terzo disco da indipendente e mi spaventa il fatto che potrebbe non essere l'ultimo. Ogni release, stesso copione: dopo un timido arrembaggio che serve da pretesto per ubriacarmi con la ciurma, sfascio il timone e rinuncio alla direzione. Vale la pena, per un piccolo cabotaggio, pagare un prezzo così alto? La risposta è sì, perché non conosco altri modi per procurarmi cicatrici. Si pensa che l'arte possa consentire di superare un certo disagio, restituendo al limite un attestato di nobile sconfitta. Bah! Si cerca sempre di vincere o di convincersi che si è perso ingiustamente. Ciò non toglie nulla all'ambizione di migliorarmi, magari imparando una buona volta a cantare o – più ragionevolmente – a dedicarmi alla scrittura di canzoni per altri».

E poi sorprendi con questa inaspettata collaborazione con Andrea G. Pinketts nel brano "Mi piace il bar". Come è nata l'idea e cosa ci puoi raccontare del personaggio?

«Pinketts è una vera rockstar. Incarna un sublime menefreghismo verso l'ordine costituito, ma è anche un raffinato gentleman dal galateo impeccabile, un colto uomo di mondo. Il personaggio è tutt'uno con lo scrittore e, nelle meravigliose rare volte che lo frequento, con l'uomo. Il bar è come la nazionale di calcio, Facebook o Sanremo: siamo tutti allenatori, filosofi, esteti, filantropi, amatori, politologi, intenditori di vino e collezionisti di musica. Chi più parla, meno ne sa. Poi ci sono gli agenti sotto copertura: sai, quelli che devono bere per infiltrarsi tra gli alcolisti e smascherare il pesce grosso che traffica in stronzate. E quando dico stronzate intendo proprio stronzate: chi traffica in esistenze fasulle. Pinketts, agente sotto copertura, ha scritto un piccolo grande compendio capace di spazzare via ogni retorica sul bar, costruendo un romanzo sull'unico protagonista possibile in quel contesto: se stesso. Quel libro s'intitola "Mi piace il bar" ed è introdotto da una ballata omonima. Il mio lavoro si è limitato a scovare la colonna sonora sottesa a quei versi. Serviva swing, il rimando agli anni del proibizionismo e al piacere di bere di nascosto, sotto copertura».

Cosa rappresenta nel tuo immaginario il bar?

«La vita da bar è la vita che guardi e che ti guarda allo specchio oltre il bancone, e se sai leggere con onestà tra i fumi dell'alcol puoi trovarci eroismo e miseria – separati, abbinati o entrambi assenti – ed è inutile vantarti con gli altri avventori perché conta solo quello che pensa di te il barista: l'unico che, se ti dà credito, ti fa credito».

In "Odette" scrivi ‹Tutto ciò che non mi rende più forte mi uccide›. Qual è il significato di questo verso?

«Odette è un'eroina da romanzo ottocentesco e, come in ogni romanzo ottocentesco che si rispetti, l'eroina – certificata dalla nostra contemporaneità come droga letale – o si uccide o s'insinua mellifluamente nell'organismo di chi la ama, uccidendolo. Ci sono uomini che continuano a vivere nonostante siano stati uccisi, oserei dire sepolti, dalla propria eroina. Il mio intento era di scrivere una canzone su questi uomini inchiodati dalla bellezza e sensualità, incapaci di uscire dal tunnel della dipendenza amorosa, pur sapendo che non saranno mai contraccambiati. Amare è faticoso, perciò a una certa età si tirano i remi in barca: il fisico non regge. C'è un limite oltre il quale non si può andare, in amore, ed è forse meglio non arrivare a sperimentarlo. L'amore scema sia per troppa distanza che per troppa frequentazione. Come conservarlo? Bisognerebbe guardarsi «per la prima volta». Un bel grattacapo. Il più delle volte ci si accontenta di un ricordo struggente, che in ogni caso è preferibile allo smacco dell'amnesia o – peggio – all'indifferenza nei confronti della persona che abbiamo amato alla follia. La forza sta nella capacità di lasciarsi alle spalle un amore senza smarrirne la memoria; nel caso non ci si riesca, una parte di noi è destinata a morire».

‹Questo tempo ha il maleficio di inchiodarti a dicerie di laide deliranti profezie› è un verso di "Notte d'artificio" che trovo descriva efficacemente un aspetto della società virtuale in cui troppo spesso ci rifugiamo…

«Ti ringrazio per il complimento. Sì, è vero, nel chiacchiericcio virtuale il delirio di una mente disturbata trova altre menti disturbate pronte ad amplificarlo. "Notte d'artificio" l'ho scritta di getto la scorsa estate, dopo l'attentato sul lungomare di Nizza, senza però l'intento di commemorarne la strage bensì come soluzione personale a una profondissima tristezza che mi aveva colpito per tramite di quei fatti. Possibile che certe cose accadano a pochi chilometri di distanza senza che «le onde di uno stesso mare» si tingano di rosso? L'indignazione per un assassinio stupido e inutile mi ha riempito di rabbia ma anche di pietà per la bestia umana che è sempre pronta a dimostrare il suo vizio di fabbrica. La distorsione della realtà permea ogni ambito del quotidiano. Sui social non siamo che un'icona e un nickname, trollati da falsità e faziosità, noi stessi preda di violenza verbale, pedine di un gioco che fingiamo di capire, come i birilli abbattuti da un autista convinto di interpretare "il giusto". Quindi? Quindi il problema è che ci accendiamo come micce al minimo urto contro una provocazione, un insulto, un'insinuazione; siamo carichi di frustrazione, di stanchezza, di incapacità cognitiva, di confusione, di rumore. Non pratichiamo l'ironia o la pratichiamo sugli altri e mai su noi stessi, con poca intelligenza e pochissima empatia. Tanto vale rinunciare ad ogni presente e futura conquista. Spegniamoci, che è meglio, e accettiamo quel poco o nulla che siamo. "Notte d'artificio" nasce come monito a spogliarsi di ogni ardore nel segno dell'onestà intellettuale. L'unica certezza è il dubbio».

Con "Happy B (ti odio ma l'accetto)" punti il dito contro un certo tipo di spettatori, purtroppo sempre più presenti nei locali italiani…

«Prima di rispondere, lasciami prendere un profondo respiro. Mi è difficile mantenere la calma quando ripenso a certi individui che… oddio, sto cercando di rimuovere quei ricordi. Mi limiterò a dire che ci vuole talento, oltre che bravura, ad impedire che un idiota ti rovini il concerto; d'altronde, si sbaglia in buona fede a fidarsi del tal ingaggio nel tal posto. Bob Dylan, nel suo discorso di ringraziamento per il Nobel, ha dichiarato: «Come artista ho suonato per cinquantamila persone e ho suonato per cinquanta persone, e vi posso dire che è più difficile suonare davanti a cinquanta persone». A parte il fatto che quando suono davanti a cinquanta persone metto un cerchiolino sul calendario (sold out!), non posso che apprezzare questa dichiarazione. Nel mio piccolo ho imparato a dare il massimo in ogni situazione, gettando il cuore oltre l'ostacolo e confidando nell'ispirazione, perché si tratta di far digerire delle novità a gente quantomeno perplessa, spaesata di fronte a uno spettacolo in cui bisogna ascoltare. Sei lì con la chitarra a tracolla, magari c'è un addio al celibato nella sala accanto, tu sei collocato tra il biliardino e la porta del bagno. Devi mostrare prontezza di spirito, replicare con arguzia alle sghignazzate, usare cilindro e bacchetta e insomma essere tetragono ai colpi del destino. Purtroppo c'è la volta in cui inciampi in un brutto presentimento – un presentimento che si autoalimenta sommando una serie di fastidiosi dettagli – finché non arrivi tuo malgrado alla soglia dello scontro fisico. In almeno tre casi ho provato istinti omicidi (l'ultimo dei quali, fedelmente riportato, costituisce il testo di "Happy B"). Credo sia nel diritto del pubblico non apprezzare la tua esibizione e dimostrartelo attraverso un'ostentata indifferenza; ma non è tollerabile giocare al tirassegno col cantautore. In passato, a vent'anni, ero più bravo a incassare: mi dicevo che quella era la gavetta e che prima o poi mi sarei lasciato alle spalle certi contesti. Oggi che ho il doppio degli anni, sono ancora qui che ne parlo».

Nell'album troviamo anche una tua interpretazione di "Lontano lontano" di Luigi Tenco, ricordato recentemente per i 50 anni dalla sua morte. Cosa rappresenta oggi per voi cantautori Tenco? Credi che il suo messaggio sia ancora al passo con i tempi?

«Tenco è diventato un simbolo di intransigenza artistica ma anche di fragilità, di incomprensione. Non fa bene crogiolarsi nel sentimento di esclusione dal branco, si rischia di scambiare l'isolamento per autenticità; ma non si può negare il fatto che pochi artisti abbiano – come Tenco – le credenziali per essere definiti "veri", sganciati da ogni logica di riscontro mediatico. Credo che la parabola esistenziale e artistica di Luigi Tenco debba far riflettere su cosa la canzone d'autore può ancora essere: un centro di gravità che attrae o respinge a seconda della polarità di chi la pratica. Se non hai le carte in regola, se stai bluffando, verrai respinto. Oggi, più di ieri, è necessario non farsi abbagliare dal confezionamento della musica, dalla perfezione tecnica (peraltro facilmente raggiungibile coi computer sia in studio che dal vivo) e devo ammettere che, salvo rari casi, gli interpreti e i musicisti virtuosi finiscono per annoiarmi. La voce di Tenco, al contrario, ha qualcosa di misterioso che illumina inaspettatamente i testi molto semplici delle sue canzoni. Questa essenzialità è prerogativa di pochi. Ammiro gli artisti semplici ed essenziali, e a loro mi ispiro. Ciò detto, il gusto musicale in 50 anni si è evoluto parecchio e non mi considero un nostalgico del passato. Cerco di vivere la mia epoca anche dal punto di vista delle sonorità, delle nuove tendenze; ma alla fine, senza alcun pregiudizio, tante presunte novità mi lasciano indifferente».

Quando Tenco è morto tu non eri ancora nato, eppure…

«I cantautori del passato sono quelli che mi intrigano di più, forse perché agivano in un contesto di scontri generazionali e di fermento sociale, con meno risorse e più volontà rispetto ad oggi, e posso solo immaginare quanto l'uscita di un nuovo disco fosse percepita come un "messaggio" da soppesare con attenzione. Sento in certi pezzi dei '60 e '70 un coraggio e una convinzione che oggi ci sogniamo. Anche ingenuità, nel senso migliore del termine. Perché non mi stanco mai di ascoltare Piero Ciampi? Perché Ciampi scriveva i suoi versi in osteria, su tovaglie di carta, poi correva dal fido Gianni Marchetti in RCA per farseli musicare. La cosa straordinaria è che un professionista come Marchetti le musicava sul serio, quelle tovaglie, senza scacciare l'importuno Ciampi. Miracoli di una gestione illuminata targata Ennio Melis».

Cosa deve accadere perché un evento si traduca in uno stimolo per scrivere una canzone?

«Quando ti abitui a scrivere, sei sempre alla ricerca dello stimolo giusto. Imbratti risme di carta solo per capire che non era lo stimolo giusto. Lo stimolo giusto, però, è già quello che ti fa provare la frustrazione di non riuscirci: se non ci riesci, è perché non stai scavando abbastanza a fondo, non sei ancora sincero con te stesso. Ti accade un evento sconvolgente ma sei bloccato, le parole escono retoriche come le cronache che leggi sui quotidiani locali: significa che non hai ancora elaborato, non hai la giusta prospettiva dei fatti, vedi solo il lato personale e non l'essenza per così dire universale, quella che puoi rileggere a distanza di anni senza provare rammarico per la tua avventatezza».

Dici che prima o poi scriverai un libro delle cose che ti sono capitate suonando in giro per locali. È proprio così ricca di spunti la vita del cantautore?

«Il libro sulle mie infamie da musicista senza lode lo sto già scrivendo a mente, e si dipana tra ciò che avrei voluto aggiungere ai testi delle canzoni e le canzoni che non sono stato in grado di comporre. La cornice di questa narrazione cerebrale è la mia ventennale esperienza come concertista nei bar (si torna sempre lì) in cui mi sono scontrato con testardi avventori che non si facevano scrupoli a sbeffeggiarmi o, nel caso, a pagarmi un giro. Ho tirato mattina a controbattere a tipi strambi che mi scambiavano per il loro psicologo o il loro migliore amico, e tutto perché mi ero messo sotto i riflettori a cantare cose mie. Sai, a volte penso che per un cantautore il gran gioco della musica sia finalizzato a introdursi nella vita di estranei: stimolarli, stuzzicarli, portarli sul tuo terreno di confronto, dopodiché saranno loro a venirti a cercare mentre ti bevi una birra dopo il concerto. D'altronde è quello che faccio io quando assisto a una performance d'eccezione: dopo l'ultima nota, blocco l'artista e gli srotolo l'elenco delle sensazioni che mi ha fatto provare. In questo senso la vita del cantautore è inversamente proporzionale all'eredità materiale che lascerà: ricchissima».


Titolo: Malaccetto
Artista: Ugo Cattabiani
Etichetta: Rigoletto Records
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Ugo Cattabiani eccetto dove diversamente indicato)

01. Malaccetto
02. Rosa dei venti
03. Canzone per un fratello
04. Mi piace il bar  [Andrea G. Pinketts; Ugo Cattabiani]
05. Odette
06. Lontano lontano  [Luigi Tenco]
07. Happy B (ti odio ma l'accetto)
08. Circe
09. Notte d'artificio
10. Bob della Zena

video

martedì 31 gennaio 2017

"A quiet life", il nuovo album dei Sir Rick Bowman





Si intitola "A quiet life" ed è il secondo disco dei toscani Sir Rick Bowman, band nata nel 2008 e subito protagonista nei locali delle province di Prato e Firenze in formazione semi-acustica. Il gruppo guidato da Riccardo Caliandro (voce e chitarra) ha messo in evidenza, fin da subito, una spiccata predilezione per la musica inglese, in particolare per il britpop. Progressivamente, al nucleo originario si sono aggiunti altri musicisti che hanno dato maggiore respiro al progetto e dopo alcuni Ep, la band ha pubblicato nel 2013 il primo disco autoprodotto dal titolo "Shades of the queue" con sonorità che hanno abbracciato anche il rock e l'elettronica. Archiviato il primo capitolo discografico, i Sir Rick Bowman sono tornati al lavoro e nei mesi scorsi hanno dato alle stampe "A quiet life", album che è stato registrato all'Ep Sop Recording Studio di Sesto Fiorentino e al The Carlos Room di Prato. Il lavoro è stato poi mixato e masterizzato da Leo Magnolfi. Diverse le influenze che si possono cogliere nelle tracce che compongono il disco e la predilezione verso certe sonorità britpop ha lasciato spazio a marcati accenni di psichedelia, rock, blues e naturalmente elettronica. Il disco, molto vario musicalmente e ben costruito, ha rappresentato un deciso passo in avanti nella maturazione artistica di questo interessante gruppo di cui fanno parte, oltre a Caliandro, Andrea Fabio Fattori (chitarra solista), Francesco Battaglia (basso, cori), Giacomo Di Filippo (tastiere), Emanuele Pagliai (batteria).
Della speranza di "una vita tranquilla" ne abbiamo parlato con Riccardo Caliandro. 



Dopo "Shades of the queue" del 2013, avete dato alle stampe il vostro secondo disco, "A quiet life". Qual è il motivo che vi ha spinto a farlo?

«"Shades of the queue" è un disco che abbiamo suonato molto, quasi troppo, e che racchiude il percorso evolutivo - e moltiplicativo - della band fino al 2013. Non c'è una ragione in particolare per il secondo, "A quiet life", - a parte i contratti milionari da rispettare (ride) - se non la voglia di fare altro, di dar forma a ciò che in modo naturale ha continuato a traboccare dagli strumenti. Abbiamo quindi cercato di mettere tutti e cinque gli occhi dietro l'obiettivo, per immortalare un momento di passaggio, personale e generazionale, come quello dei trent'anni. O venticinque, o trentacinque, in ogni caso quella traversata verso "A quiet life"».

La vostra bussola musicale punta verso il britpop anche se non mancano chiari riferimenti verso la psichedelia, il folk, il blues. Ritieni che il britpop abbia ancora qualcosa da dire?

«Ci capita spesso di essere associati al britpop: niente di personale verso il genere, il 20% della band ci è anche cresciuto, ma siamo abbastanza convinti che - soprattutto in questo disco - ci sia psichedelia, blues, rock'n'roll, folk, elettronica; forse il gusto per la melodia che a volte frettolosamente si etichetta come britpop fa da collante di base ma se cantassimo in italiano, che etichetta ci verrebbe cucita addosso? Il britpop tornerà di moda forse tra cinque, sei anni, ma in questo momento sembra assumere un'accezione restrittiva, quasi negativa, quando usato. Noi crediamo - e chi scende nelle profondità della nostra musica lo sente - di far molto di più».

Quali sono i gruppi che pensate possano avervi maggiormente influenzato?

«Ne potremmo citare molti. Ho iniziato a scrivere canzoni a otto anni, insieme a mia sorella Valeria (oggi la cantautrice Vilrouge) e allora - anche se di difficile percezione - le influenze erano gli ascolti in casa dei nostri genitori, dai classici italiani, fino ai Pink Floyd. Sono loro i primi in senso cronologico: lì si è determinato l'orientamento verso la musica anglosassone, o almeno credo. C'è poi chi di noi è cresciuto con i grandi chitarristi, il blues, i Led Zeppelin, il rock, gli anni '80, il pop, - quello fatto bene - ma anche la psichedelia, l'elettronica, il folk. ‹Ne potremmo citare molti› avevo detto, ma è più bello parlare per suggestioni».

Da dove deriva il nome del vostro gruppo?

«È una lunga, lunga storia. "Sir", è frutto della mente geniale di un mio caro amico, che cominciò a chiamarmi così molti anni fa per via dei modi regali che mi contraddistinguevano all'epoca. "Rick", facile. "Bowman", dedicato a Dave Bowman, protagonista di uno dei film più influenti per la sua unicità, "2001 Odissea nello Spazio". Prima ero da solo, e poi siamo diventati la band, 'i' Sir Rick Bowman. Non è poi così lunga come storia».

Chi sono i Sir Rick Bowman e da dove vengono?

«I Sir Rick Bowman si sviluppano a partire dal 2008, quando l'allora nucleo originale (chitarra, basso, batteria) inizia ad affacciarsi sui palchi delle province di Prato e Firenze in forma semi-acustica, arruolando progressivamente musicisti (seconda chitarra, piano) in grado di esprimere e dare vita ad un progetto che già dalle prime intenzioni sembra dover acquisire un respiro più ampio. Dopo alcuni avvicendamenti, arrivano alla formazione attuale».

Siete tutti intorno ai trent'anni, in un verso o nell'altro sono gli anni della svolta, delle grandi decisioni. Come li state affrontando a livello artistico?

«Scrivendo "A quiet life". Abbiamo sentito la necessità di immortalare un momento di passaggio che in ogni caso non tornerà, ma facendolo con la consapevolezza di chi sa che una fase della vita sta per passare lasciandosi dietro gioie e dolori. Niente di tragico, s'intende, ma per sfiorare l'aulico vorrei affermare che ci siamo messi a sedere e ci siamo fatti un autoscatto col timer a dieci secondi o forse più, anziché un banale selfie».

"440 or this thorn in the side" getta una luce nostalgica sugli anni che passano. Ci spieghi questa canzone.

«Come dicevo prima, il disco è un percorso attraverso varie fasi di analisi di ciò che si è (stati), e in questa ballata a metà tra gli Smiths e non so cosa, abbiamo voluto disegnare un ragazzo che si ritrova per caso in un luogo legato alla sua gioventù - un campo di calcio? - e, paralizzato dall'improvvisa percezione dello scorrere del tempo, è investito da un turbinio di emozioni e ricordi che quotidianamente lascia da parte».

"1937" ha un testo ermetico e la voce è usata quasi fosse uno strumento. Un brano onirico...

«Assolutamente d'accordo. La dimensione onirica riveste un'importanza decisiva nel nostro modo di scrivere musica. In "1937" il testo è ungarettiano anche per le luci e le ombre che getta su frammenti di guerra passata e futura; a supporto, un groove asciutto e tribale mescolato a synth eterei, profondi. Psichedelia ristretta».

"Hurry & fall" è un pezzo che strizza l'occhio al folk suonato con accordature aperte, cori e armonizzazioni molto interessanti…

«E poi c'è il folk. Il caro vecchio folk, le accordature aperte, andare 'da un'altra parte'. "Hurry & fall" nasce acustica, cruda, per vestirsi poi degnamente dell'abito dato nel disco. Ci siamo divertiti ad armonizzare con le voci, ad incrociare le chitarre... Ne è venuto fuori un bel pezzo, uno dei molti non riconducibili ad un'unica influenza, e forse più U.S.A. che U.K.».

Questo a confermare l'eterogeneità del disco che rispecchia un po' i vostri differenti gusti e background…

«Ognuno di noi ha uno o più punti di contatto con un altro membro della band, ma forse non c'è davvero continuità tra i gusti di tutti, e questo finisce per manifestarsi nel substrato del disco. Ecco il punto di arrivo: un disco eterogeneo e organico, tortuoso e talvolta angolare, ma che non si spezza mai».

L'album si chiude con "Black horizon", una canzone che si discosta un po' da quelle precedenti. È un capitolo di questo disco o può essere considerato un punto di partenza per un prossimo progetto?

«Curiamo molto la tracklist dei nostri dischi. Per "A quiet life" ognuno di noi ha buttato giù una proposta, e poi le abbiamo incrociate. "Black horizon" meritava la chiusura, chiude perfettamente il cerchio: è una canzone sospesa tra la parte più scura degli anni '80 e le suite dei '70, con una lunga coda onirica in crescendo che fa da contraltare all'andamento asciutto dei primi minuti. Gli ultimi tre accordi disegnano volutamente un finale aperto, rimettendo alla soggettività dell'individuo qualsiasi giudizio sulla 'vita tranquilla'. In ogni caso, non sappiamo ancora se sarà il punto di partenza per il disco che verrà, le prossime session ci diranno in che direzione incamminarci, abbiamo già qualche idea».

Avete ancora qualcosa nel cassetto delle session che hanno dato vita al disco?

«Tra mutande e calzini qualcosa troviamo sempre. Ci piace molto improvvisare e abbiamo alcune versioni embrionali di potenziali pezzi giusti: se avranno un futuro o meno dipenderà anche dall'inclinazione che daremo al prossimo album».

Qual è la canzone che ritenete sia cresciuta maggiormente dopo il lavoro in studio?

«Il lavoro all'El Sop con Leo Magnolfi ha fatto crescere tutti i pezzi. Siamo arrivati in studio con molte idee chiare (come al solito), ma la collaborazione con Leo è stata un'esperienza davvero costruttiva: siamo riusciti a dare calore e profondità, a plasmare i suoni, tutte le tracce sono migliorate sensibilmente, ognuna per un aspetto diverso. Ci siamo trovati bene a livello umano ed artistico, e le cose sono venute da sé. In definitiva, siamo soddisfatti del sound raggiunto in "A quiet life", ma non è il caso di fermarsi: vogliamo proseguire con la ricerca, non rimanere parcheggiati nella comfort zone, non ripetere ciò che riteniamo di saper fare».



Titolo: A Quiet Life
Gruppo: Sir Rick Bowman
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Riccardo Caliandro)

01. Otis
02. Tip of the tongue
03. His man
04. A quiet life
05. 1937
06. Hurry & fall
07. The A. of Spencer Dwight
08. 440 or this thorn in the side
09. Youth
10. Seawolf
11. Black horizon

video

mercoledì 25 gennaio 2017

Giacomo Marighelli racconta "Il cerchio della vita"





A pochi mesi dall'uscita di "Del movimento dei cieli", album scritto insieme a Friedrich Cané, Giacomo Marighelli è tornato in sala di registrazione per dare vita al primo disco a suo nome dopo i tre pubblicati con lo pseudonimo di Margaret Lee e quello a nome Vuoto Pneumatico. "Il cerchio della vita" è una esperienza creativa a tutto tondo. Si tratta di un disco solista che ha visto il cantautore ferrarese scrivere e cantare le canzoni, suonare le chitarre elettriche e acustiche e inserire suoni e rumori. Unico ospite, peraltro limitato al solo brano "L'angelo dalle mani di tela", è Massimo Menotti, fresco collaboratore di Philip Glass, che ha arricchito la canzone con arpeggi di chitarra. "Il cerchio della vita" è un disco essenziale, nato da una produzione "in togliere", in cui Marighelli si espone senza filtro e maschere e che esprime appieno le potenzialità di questo artista, capace di legare musica e poesia in un intreccio indissolubile. L'amore in tutte le sue possibili manifestazioni e realizzazioni è il filo conduttore delle undici tracce che compongo l'album. L'amore non come rapporto a due, o non solo, ma come fondamento del tutto e fonte di energia universale, in grado di genera una coscienza individuale e poi una coscienza dell'umanità. Marighelli, appassionato di tarologia e metagenealogia, parte da storie d'amore, anche dolorose, per poi arrivare sempre all'aspetto positivo di ciò che si è realmente. Con questo disco, nato in un casolare isolato tra le cicale e i grilli nella torrida estate del 2015, Marighelli si conferma artista di prim'ordine del panorama indipendente, sempre pronto a stupire, come in questo caso.
Con lui abbiamo approfondito il discorso su "Il cerchio della vita". 



Giacomo, ci risentiamo a distanza di un anno esatto. In quell'occasione parlammo di "Del movimento dei cieli", disco scritto insieme a Friedrich Cané, oggi abbiamo in mano invece "Il cerchio della vita", il primo album a tuo nome pubblicato poche settimane fa. Cosa è successo in questo anno per spingerti a produrre questo nuovo disco?

«Semplicemente sentivo l'energia e la creatività per produrre questo lavoro solista. È dal 2013 che ogni anno tra collaborazioni o altro pubblico un album (Margaret Lee, Vuoto Pneumatico e appunto con Friedrich Cané), quindi potremmo dire che è la normalità se dovessi mantenere questi ritmi».

Quanto hai portato con te dall'esperienza musicale con Cané e cosa vi troviamo nel nuovo disco?

«Senz'altro l'esperienza di creare un'opera si imprime nelle profondità del proprio inconscio, con conseguente crescita artistica. Già con Cané ho iniziato a scrivere testi inerenti l'amore, ma non l'amore di coppia banale e classico come spesso si confonde; ma l'amore che serve per sviluppare l'umanità, la coscienza delle persone, l'amore di cui siamo composti naturalmente».

Ancora una volta i testi hanno un ruolo di primo piano nel progetto. Ti senti più poeta o musicista?

«Non mi sento un bel niente, cerco costantemente di essere me stesso e autentico, quindi di conseguenza esprimerlo nella realtà. Cerco di essere poesia e musica in tutto ciò che faccio».

Per quanto riguarda la musica ti sei limitato a suonare le chitarre e a inserire suoni. Hai creato tappeti sonori su cui innestare le parole…

«Diciamo che nascevano assieme; non mi reputo un virtuoso della chitarra nonostante io abbia seguito svariati ottimi maestri da quando avevo 11 anni. Non mi è mai interessato imparare determinate cose, preferisco farle fare agli altri. Ho cercato di creare ciò che secondo me mancava come sonorità nel mondo, dalle parole alla musica, attraverso il mio piacere».

L'unico musicista che troviamo tra i crediti è Massimo Menotti che ha suonato la chitarra nella canzone "L'angelo dalle mani di tela"…

«Mi sarebbe piaciuto ci fossero anche altri musicisti, ma purtroppo alcuni erano impegnati e altri non disponibili per collaborazioni. Massimo è un'ottima persona e musicista, ha di recente pubblicato un disco per Philip Glass ("Minimalist Guitar Music")».

Nelle undici tracce del disco l'amore è elemento predominante. Credi che sia la pietra angolare dell'universo?

«L'amore è ciò di cui siamo composti noi esseri umani, nella nostra essenza; quando indossiamo maschere andiamo disperdendoci, portandoci appresso nodi e nevrosi familiari che, senza neppure saperlo, ci impediscono di vivere realmente chi siamo. Questo disco ha lo scopo di sviluppare l'amore nell'ascoltatore. Una volta mi è capitata un persona avvolta dal nodo sadomasochistico che ha ascoltato un brano ("Mentre tu mi cerchi") e pochi secondi dall'inizio ha incominciato ad urlare dicendo che le era venuta la tachicardia, che non poteva proseguire perché stava male: riscoprire l'amore per lei era troppo, il che significava sciogliere il nodo di sofferenza da cui era avvolta e quindi eliminare dalla vita una parte della sua personalità a cui tanto era legata».

Quale aspetto dell'amore che tu canti è più difficile da affrontare?

«Non credo ci sia un aspetto più difficile da affrontare, credo sia importante entrare sempre più dentro se stessi per sapere chi siamo, cosa vogliamo, lasciando da parte l'ego e facendo parlare la nostra essenza, il cosiddetto essere essenziale».

L'amore è allo stesso tempo anche dolore, da cui si genera una successiva evoluzione…

«Il dolore è necessario per crescere e svilupparci, ma attenzione da non confonderlo con la sofferenza, ovvero dolore mantenuto vivo nel tempo. In questo caso si parlerebbe di nodo sadomasochistico (uno dei sei principali nodi che le persone hanno impedendo loro di vivere pienamente la loro vita). Se si impara che tutto è effimero, tutto è una ciclicità senza fine, automaticamente il presente diventa immenso e infinito».

Su un lato della copertina si legge "Questo disco ha lo scopo di sviluppare l'Amore nell'ascoltatore". Sei proprio convinto che la musica riesca ad ottenere questi risultati prodigiosi?

«Come raccontavo prima, ho avuto varie conferme, di cui positive, con persone che utilizzano il disco nei momenti di buio e necessità di energie benefiche. Io ci ho messo questa intenzione; senz'altro ci sono persone più brave di me in questo, anche attraverso strumenti ancestrali, frequenze benefiche, hang, musiche rilassanti, ognuno con effetti differenti (chi l'amore, chi il rilassamento, chi il benessere). La musica, come tutte le forme artistiche e creative, raggiunge ottimi risultati».

Quanto c'è di personale in quello che canti?

«Di personale c'è praticamente tutto trasformato però al transpersonale, quindi lasciandomi avvolgere da ciò che mi circonda, ciò che vedo, le storie degli altri».

Se le undici tracce del disco dovessero essere rappresentate in uno spettacolo teatrale come te lo immagineresti?

«Pieno di colori con onde magnetiche visibili agli occhi, ma anziché essere onde magnetiche sono onde benefiche. Quarzi e pietre che compongono lo sfondo, una sfera immensa a volte nera a volte luminosa, quando nera dentro compare l'elettricità che scorre come fulmini. Poi in tridimensionalità lo sfondo della città, di un treno, delle nuvole, poi del mare, poi la luna; infine lasciare che gli spettatori vadano nel palcoscenico e si ritrovino avvolti in una scatola, scoprendo di essere loro i protagonisti e che la scatola oltre a loro contiene le stelle e tutto l'universo, fino a dissolversi e lasciare il pubblico tra le comete, sempre tutto nella tridimensionalità». 

Mi ha fatto pensare la copertina del disco. Quattro mani rosse con altrettanti insetti sulle dita e fiori che hanno perso il loro colore naturale e sono risucchiati in questo vortice. Una visione quasi post-atomica…

«Cosa c'è di più atomico che dell'energia delle persone, della loro passione. La bellezza che si trasforma nell'unione degli esseri umani. Non a caso il motore degli umani è il centro energetico sessuale/creativo, come lo chiamo io centro Azione».

Quale sarà il tuo prossimo passo?

«Prossimo passo non lo so, in questo momento mi sto dedicando molto ai tarocchi e alla metagenealogia; tarocchi usati non per predire il futuro ma per comprendere meglio certi aspetti sui quali vogliamo indagare della nostra vita e la metagenealogia è lo studio dell'albero genealogico il quale serve per conoscersi meglio, andare alla radice del problema e permetterci di sciogliere i nodi e le nevrosi in noi. Nella musica per ora non ho progetti, vorrei pubblicare il mio romanzo e potrebbe essere che ne farò un filmbook, una sorta di audiobook ma con le musiche e ruoli degli attori/declamatori. Non so, tutto è in procinto di definizione».


Titolo: Il cerchio della vita
Artista: Giacomo Marighelli
Etichetta: La cantina appena sotto la vita
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Giacomo Marighelli)

01. Avrei voluto masticare il tuo cuore
02. Sei tu quella che aspettavo da tempo?
03. D'amore si vive
04. Mentre tu mi cerchi
05. Le cose cambiano
06. L'angelo dalle mani di tela
07. Il grillo che fischia
08. In solitudine
09. Il dio denaro
10. Il cerchio della vita
11. La ragazza invisibile (bonus track)


video

giovedì 12 gennaio 2017

Con stupore Le3Corde esclamano "Na!?"




Canzone d'autore, impegno civile, poesia e passione. Sono questi gli ingredienti di "Na!?", disco pubblicato da Le3Corde, gruppo tarantino nato nel 2008 dall'incontro tra la cantante e chitarrista Giù Di Meo e il bassista Alessandro Martina. Dopo aver dedicato attenzione verso i grandi cantautori italiani, il duo ha iniziato nel 2011 a lavorare a composizioni originali e ha pubblicato un cd demo. L'ingresso nel gruppo del batterista Maurizio Casciabanca nel 2014 ha dato slancio al progetto e due anni dopo ha visto la luce "Na!?", pubblicato per l'etichetta ferrarese New Model Label. Il disco d'esordio contiene sette canzoni originali, più una bella cover di "Ma che freddo fa", indimenticabile brano portato al successo da Nada. È musica legata alla tradizione cantautorale quella proposta da Le3Corde, ma è anche pop ricco di contenuti e significati. Una parte importante del lavoro è stato riservato ai testi che affrontano problemi attuali come la mancanza di lavoro, la politica che ha sporcato l'Italia, il futuro che si deve regalare ai figli e alla possibilità di scegliere senza per questo venir discriminati, e di eroi morti che ancora oggi sono un simbolo e una guida per molti giovani. Ma le canzoni che compongono il disco sono anche un invito a stupirsi della bellezza, delle ingiustizie e dei momenti felici. Per gli autori le canzoni devono essere anche uno sprone a non mollare e a dire no con la forza dell'intelligenza e non della violenza. Una rivoluzione fatta con il sorriso nella speranza di stupire e lasciarsi stupire anche in una città come Taranto. "Na!?" è un lavoro che merita di essere apprezzato e soprattutto ascoltato con attenzione.
Con i componenti del gruppo abbiamo parlato di questo disco che ha fatto parte delle cinquanta opere in lizza per la Targa Tenco 2016 nella categoria “Opera prima”.



Perché avete deciso di chiamarvi "Le3corde" come il titolo del monologo de "Il berretto a sonagli" di Luigi Pirandello?

«La scelta del nome della band nasce dalla passione per il teatro e, in particolar modo, per le commedie di Eduardo De Filippo, il quale ha egregiamente interpretato "Il berretto a sonagli" di Pirandello. Nessun altro nome avrebbe potuto spiegarci con semplicità; le tre corde della mente... chi non ce l'ha?».

Cosa rappresenta per voi quella commedia, interpretata magistralmente da Eduardo De Filippo?

«La commedia rappresenta sicuramente quella scissione che poi è alla base della vita: il conflitto fra forma e vita, fra finzione e verità. Ancora una volta il giudizio ritorna prepotente, come nella vita di tutti noi, e la pazzia diviene espediente per scansare la triste realtà. Uno scudo, un rifugio è la pazzia un po' come le arti in generale. D'altronde un po' come la musica, ci si rifugia e ci si trova conforto, ci si accuccia fra le note, ognuno per un motivo, ma pur sempre per sfuggire da qualcosa».

Chi di voi è la corda civile, chi la corda seria e chi la corda pazza?

«Nessuno di noi rappresenta a pieno una corda sola; diciamo che ognuno di noi è uno e trino. Ogni corda la giriamo nel momento del bisogno, appunto per affrontare e/o sfuggire da qualcosa».

Avete intitolato il vostro disco "Na!?", mi spiegate cosa significa?

«È una tipica espressione tarantina che rimanda allo stupore. Con il "Na!?" invitiamo a stupirsi ancora della bellezza, delle ingiustizie e dei momenti felici. Nulla deve essere dato per scontato ed il "Na!?" vuole racchiudere, con un velato omaggio alla nostra città, un invito a non mollare, a chiedersi il perché delle cose, a chiedere per sapere».

Con le vostre canzoni affrontate temi molto attuali. Cosa volete comunicare?

«Le tematiche trattate sono diverse e, anche se apparentemente lontane, hanno come filo conduttore la bellezza del dire "No", la forza di opporsi con intelligenza e non con violenza, la voglia di rivoluzione gentile. L'augurio è sempre quello di stupire e lasciarsi stupire».

Nel testo della canzone "Di sana e robusta costituzione" troviamo il verso ‹il popolo non l'ha mai capita oppure il popolo l'ha dimenticata›. La recente consultazione referendaria smentisce questa affermazione. Cosa ne pensate?

«Probabilmente la smentisce in parte... il giorno dopo il referendum nell'autobus (che è l'anima sociale e politica della città) parecchia gente sosteneva di aver votato NO solo perché Renzi aveva fatto arrivare parecchi immigrati in città. Questo allora merita o no un bel "NA!?" di stupore? Peccato che il risultato non vada spesso di pari passo con la determinazione e la conoscenza. Però noi continuiamo a stupirci... chissà, un domani lo potremmo fare in positivo!».

Il partigiano voleva ‹uno stato dal volto umano› e la società d'oggi cosa vuole?

«La società di oggi vuole una guida, una grande fiducia da perseguire, un modello a cui rifarsi, ma non per imitazione o profitto, ma per convinzione. Si è persa la convinzione, sì, la parte più bella di una persona. Quello che chiamiamo "carattere", quella parte che freme e che parla, canta, suona, balla quando è convinto. Si è perso il gusto del personale, ma il nostro "NA!?" è ancora una volta un invito a stupirsi in positivo anche su questo concetto».

Altro tema caldo, quello di scegliere di non battezzare il figlio senza per questo essere bersaglio di critiche, in "Signor Buonasperanza"…

«Brano che prende spunto dall'ultima commedia di De Filippo, ‹Gli esami non finiscono mai›. Una vita sotto esame, sotto giudizio, una vita da "contratto", per poi rendersi conto che le verità nascono altrove. Come la fede, quella verace, pura, sincera, nasce dal basso, dalla gente che incontriamo per strada, tutti i giorni. Un brano che dice "NO" e "NA!?" al tempo stesso; se da un lato colpevolizza certi atteggiamenti, dall'altro si stupisce di ciò che poi è veramente una fede, una dedizione, un amore verso un figlio. La scelta, alla base di ogni vita, è lo stupore più bello che si possa regalare».

Peppino Impastato è il protagonista, seppure mai citato esplicitamente di "A.N.N.A."…

«L'acrostico è chiaro, i colori e i sapori di questo brano sono chiari, non era necessario cantare il nome di Peppino. ‹Non se lo sono scordati a Peppino› dice Felicia Impastato nel film "I cento passi", e nessuno mai potrà farlo. Poi crediamo che non sia necessario spiegare sempre tutto, ognuno girando le sue corde della mente potrà interpretare, stupirsi e assorbire tutto ciò di cui avrà bisogno».

In "Autunno" cantate di un vento bugiardo che ha indotto all'inganno. Cosa rappresenta questo testo?

«Questo è il brano del tradimento; la musica, come abbiamo scritto prima, diventa sfogo e rifugio. Abbiamo immaginato come ci si possa sentire in quella condizione; la contraddizione fa sempre da padrona: il ritmo allegrotto e incalzante che tiene testa alle parole struggenti se immaginate senza musica. L'abbandono non è mai abbandono totale, qualcosa rimane. Certo, il vento nella vita soffia sempre, a volte molto forte, altre volte un po' meno, ma quella radice, quella piccola radice che rimane incollata alla base potrà stupire ancora una volta. E allora l'autunno che passi pure, per dare spazio ad altre nuove stagioni».

In passato la musica era un potente mezzo di comunicazione, ritenete che abbia mantenuto la stessa forza?

«La musica era, è e sarà sempre un potente mezzo di comunicazione. Non crediamo di poter aggiungere altro».

Il disco si chiude con una bella cover di "Ma che freddo fa" di Nada. Perché questa scelta?

«Nada è un'artista che ci piace molto, fresca, dal carattere tosto e deciso; questo brano lo portiamo spesso durante i live e, un po' come portafortuna, lo abbiamo inserito nell'album, anche per non rinnegare le nostre origini di interpreti di altri artisti famosi».

Che cosa ha significato per voi essere entrati con "Na!?" tra i dischi candidati alle Targhe Tenco?

«"NA!?" abbiamo detto quando Govind Khurana della New Mobel Label ce l'ha comunicato. Una bella soddisfazione, una bella sorpresa. Siamo stati contentissimi di poter essere stati ascoltati e inseriti nei cinquanta artisti candidati alla Targa Tenco. Andremo sempre avanti, nonostante le mille avversità della vita di tutti i giorni, Le3corde risuoneranno ancor. D'altronde... se son corde gireranno».


Titolo: Na!?
Gruppo: Le3Corde
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche Le3Corde, eccetto dove diversamente indicato)

01. Non è vero
02. A.N.N.A.
03. Di sana e robusta costituzione
04. Il mondo
05. Signor Buonasperanza
06. Le tre corde (II)
07. Autunno
08. Ma che freddo fa  [Mattone, Migliacci]



giovedì 29 dicembre 2016

Mauro Pinzone, una "Foto sintesi" di emozioni




Tutte le volte che incontro Mauro Pinzone si finisce per parlare piacevolmente di musica e uno degli argomenti centrali degli ultimi mesi è stato il suo nuovo album. Pubblicato in questi giorni, "Foto sintesi" ha richiesto un lungo periodo di gestazione, tra accelerate, rallentamenti, cambi di direzione. Alla fine il prodotto è stato dato alle stampe e oggi abbiamo in mano, finalmente, un disco sincero, onesto, emozionante, con canzoni scritte ottimamente e suonate altrettanto bene che esprimono la visione del mondo e gli stati d'animo del cantautore ingauno. Un lavoro eterogeneo che abbraccia vari generi, dal jazz-rock alla progressive, dal classico cantautorale fino a qualche sentore new age. Il disco è composto da dieci canzoni inedite e due estratti di uno spettacolo di teatro canzone, "Punti di (s)vista", scritto e interpretato da Roberto Bani con le musiche di Pinzone.
Mauro Pinzone è personaggio noto nell'ambiente musicale ligure. Nel corso della sua carriera ha intrecciato la sua chitarra con molti colleghi. È stato impegnato in diversi progetti a partire dai Pensieri Compressi che hanno lasciato l'impronta con l'ottimo album d'esordio, fino ad arrivare alla band multietnica degli Afka'r. Alcuni di questi compagni di viaggio Pinzone li ha voluti al suo fianco anche nel suo ambizioso progetto solista. Hanno contribuito alla realizzazione di "Foto sintesi" alcuni dei musicisti più apprezzati della scena savonese: Maurizio De Palo alla batteria, Federico Fugassa al basso e contrabbasso, Mohamed Ben Hamouda alle percussioni, Claudio Bellato alle chitarre, Fabio Biale al violino, Davide Baglietto al flauto e alla cornamusa, Emanuele Gianeri alle tastiere, Giovanni Amelotti alle tastiere e all'oboe. Una citazione a parte la merita Alessandro Mazzitelli che ha registrato e mixato il disco, oltre ad aver suonato le tastiere e inserito effetti sonori.
Con Mauro abbiamo parlato del suo nuovo lavoro, del significato delle sue canzoni e della scena musicale savonese.



Mauro, iniziamo dal titolo del tuo nuovo disco "Foto sintesi". Qual è il suo significato?

«Quando scrivo una canzone cerco di descrivere delle sensazioni, mi piace pensare che un brano possa farti sentire dei profumi, evocare delle immagini. Mi piace pensare che chi ascolta personalizzi queste sensazioni, trasformandole in veloci fermo immagine, come se fossero delle fotografie. "Foto sintesi" è, appunto, la sintesi di questo pensiero».

Da dove arrivano queste dieci canzoni?

«Ovviamente ciascuna di esse ha una storia ben precisa ma sono tutte canzoni scritte nell'arco degli ultimi tre anni e quasi sempre nello spazio di qualche ora. Amo pensare che quando scrivo un testo ci sia una sorta di anima guida che mi ispiri. La musica viene sempre in un secondo tempo. Mi piacciono gli accordi "aperti" e i "rivolti". Alcune sono state scritte su "commissione", come "Donne soprappensiero" per una manifestazione sulla donna tenuta l'otto marzo, e "Stella", scritta per un concerto tenuto la notte di San Lorenzo (un modesto regalo ad Alberto "Il Cala" Calandriello), combinazione entrambi i concerti si tennero a Bardino. "Riflessi" e "Segreti" rappresentano più degli stati d'animo, delle visioni temporali e umorali in libertà…».

Quanto c'è di personale nei brani del tuo disco?

«Beh, c'è sempre il punto di vista di chi li scrive, anche se si tratta di argomenti che parlano di altri. C'è tutto di personale, è la personale visione di un artista, di quello che gli accade dentro e attorno. Ogni canzone rappresenta sicuramente lo stato d'animo di quel momento, ma c'è sempre qualcosa che fa scoccare la scintilla creativa. Se poi la domanda implicita è cosa significano per me queste canzoni, beh… ognuna è un pezzo della mia vita. Alcune sono scritte ispirate da donne con cui ho condiviso qualcosa, oppure con le quali avrei voluto condividere qualcosa».

E proprio l'universo femminile è ricorrente nelle liriche delle tue canzoni. Gioie e dolori che solo le donne sanno regalare…

«Non c'è dubbio che le donne siano esseri superiori agli uomini, e le loro contraddizioni, il loro essere fragili e forti allo stesso tempo ne fanno degli esseri speciali, unici. Sono convinto che se il mondo fosse guidato da donne sarebbe migliore. Dal punto di vista personale non ho difficoltà ad ammettere di avere più amiche donne che uomini, mi piace ascoltarle, mi piace discutere con loro. I discorsi degli uomini mi annoiano (ad eccezione ovviamente di chi fa musica e arte in genere), li trovo scontati, prevedibili, una linea retta che non ammette deviazioni. Una donna è sempre imprevedibile, e ti riserva sempre sorprese ed emozioni».

Nel disco troviamo anche due recitativi di Roberto Bani. Perché hai sentito l'esigenza di inserirli e quale funzione hanno nell'economia dell'album?

«Con questo cd ho voluto anche omaggiare la scena artistica del ponente ligure, sintetizzando la mia opera di questi anni. Con Roberto, una paio di anni fa, abbiamo creato uno spettacolo, "Punti di Svista", in cui lui giocava con le mie canzoni e io con i suoi monologhi: sono pertanto nati otto "quadri" composti da monologhi di Roberto e canzoni mie, una di queste è "Non sei originale", e mi è piaciuta l'idea di inserire nel cd il rispettivo monologo, che aveva peraltro ispirato la canzone».

Bardino '13: Mauro Pinzone (copyright Martin Cervelli)
Quale canzone rappresenta al meglio il tuo stato d'animo?

«Credo ce ne siano due che mi fanno sempre stare bene quando le suono ed esprimono al meglio gran parte del mio essere, e sono "Stella" e "Segreti". Confesso che quando le suono, a differenza di altre canzoni, mi sembra sempre che sia la prima volta che le eseguo. Credo, infatti, che per un artista ogni sua opera sia tale nel momento in cui la crea, dopo è come se avesse vita autonoma, e pertanto l'artista se ne stacca e pensa a crearne altre».

Come si sono svolte e quanto sono durate le sessioni di registrazione?

«Ahia, faresti meglio a porre questa domanda ad Alessandro Mazzitelli. Quando ho iniziato a registrare avevo l'idea di un disco totalmente acustico, iniziando con l'essenziale, voce e chitarra, e inserendo poche collaborazioni mirate a quello. Avevo anche l'intenzione di finire la registrazione (contrariamente a quella pronta ormai da più di dieci anni e che non mi decido a pubblicare) in pochi mesi. Strada facendo è cresciuto l'appetito, molti artisti si sono uniti e il progetto è nato a poco a poco. Ho lasciato ampi spazi ai musicisti, presenziando ben poco alle registrazioni, anche perché sapevo benissimo chi erano, che tipo di musicisti fossero e cosa avrebbero potuto apportare in creatività al disco. Alcune collaborazioni sono nate da un giorno all'altro, per esempio con Ben Hamouda: rivisto a cena a casa mia la sera e la sera dopo in sala di registrazione. Alcune sessioni si sono svolte a sorpresa, con Fabio Biale ed Emanuele Gianeri ad esempio, e ne sono venuto a conoscenza da fotografie su Facebook. I vari elementi si sono amalgamati, sotto la direzione attenta di Mazzitelli e la mia supervisione, anche in maniera disordinata ma con una loro precisa armonia. I tempi previsti si sono allungati in maniera esponenziale, vuoi per la mia pigrizia, vuoi per gli svariati impegni di Alessandro, vuoi perché inserivo nuovi artisti, insomma ci è voluta la telefonata di Davide Geddo che mi chiedeva a che punto ero per la partecipazione al festival "Su la Testa" di Albenga a farmi decidere di concludere la registrazione e pubblicare il disco. Nelle ultime settimane ho anche stressato la mia amica Angela Caprino perché si inventasse di sana pianta la grafica e direi che, nonostante il poco tempo, sia riuscita a fare un ottimo lavoro. Ti basti pensare che quando ho iniziato a registrare Alina, la compagna del "Mazzi", aveva il pancione a ora vedo una foto della piccola Ginevra che ha in mano il mio cd. La mia grande soddisfazione è quella di essere riuscito alla fine a coinvolgere alcuni tra gli artisti più significativi del ponente ligure, e ne sono orgoglioso».

Loano '15: Mauro Pinzone (copyright Martin Cervelli)
 Nel disco ti sei circondato di amici musicisti, da Giovanni Amelotti a Claudio Bellato, da Federico Fugassa a Maurizio De Palo. Come sono nati questi incontri e cosa hanno apportato al tuo disco?

«Sono musicisti con cui ho suonato e con cui avrei voluto suonare da una vita. Maurizio De Palo ed Emanuele Gianeri fecero parte dei Pensieri Compressi, entrambi hanno contribuito alla registrazione del cd del 1998, sono musicisti formidabili. Ben Hamouda e Giovanni Amelotti, invece, hanno suonato con me negli Afka'r, il primo dando un'anima afro al gruppo, il secondo dando un'anima jazz. Sia Giovanni che Emanuele, oltre ad essere dei raffinati musicisti, hanno il dono di saper rendere ogni brano su cui mettono le loro preziose mani, un caleidoscopio pirotecnico di suoni. Federico Fugassa è oggi uno dei migliori bassisti in circolazione da queste parti, con un gusto unico, che mi ha impressionato sin dal primo momento che l'ho sentito suonare e che ho voluto fortemente partecipasse a questo progetto. Claudio Bellato lo conosco da più di vent'anni, è un ottimo chitarrista, forse uno dei migliori in Liguria, un grande amico e una persona splendida che meriterebbe molta più visibilità di quella che ha e con il quale da sempre avrei avuto il piacere di suonare. Fabio Biale… che dire che non sia stato ancora detto? Sentirlo e vederlo suonare è una delizia per le orecchie e lo spirito. Quest'estate mi ha ricordato come nel 1999 fossi già rimasto impressionato da come giostrasse sulle quattro corde del suo strumento, e di come mi feci dare il suo numero di telefono con la promessa di chiamarlo per coinvolgerlo in qualche progetto… e di come invece non lo chiamai. In questi anni gli ho fatto una corte pressante e alla fine mi ha fatto la sorpresa di partecipare alla registrazione. Davide Baglietto lo conosco da diversi lustri, una persona di cui nutro un infinita stima, soprattutto per la sua poliedricità come musicista, per la capacità di sapersi infilare con una cornamusa o un flauto in maniera egregia ovunque, mi piaceva l'idea che si "infilasse" anche in un brano del cd. Senza parlare poi di Alessandro Mazzitelli, che conosco anch'egli da una vita, e che conosce perfettamente me, soprattutto, con il dono di saper infilare pennellate di colori musicali qua e là con gusto e raffinatezza. Cosa hanno apportato al mio disco? Spero quello che si sentivano dentro all'anima, dentro al cuore».

Devo dire che mi piace particolarmente la canzone intitolata "Sorriso che corre". Cosa mi puoi raccontare di questo brano?

«Differentemente da altre mie canzoni, questa è una storia, per questo credo piaccia molto. Durante i miei concerti prima di eseguirla racconto sempre come è nata: una sera piovosa, un autobus che mi passa davanti e dietro un ragazzo di colore che corre perché cerca di prenderlo alla fermata successiva e sorride, sorride in maniera splendente, da questa "visione" nasce la canzone "Sorriso che corre"».

Torniamo al recente festival "Su la Testa" di Albenga, durante il quale hai avuto l'occasione di far ascoltare in anteprima alcuni dei brani del tuo nuovo album. Che impressione ti ha fatto e quali sono state le difficoltà da superare?

«Gran bella situazione, gran bel gruppo di organizzatori, grande rispetto dei musicisti, elevato livello musicale. In questa occasione mi sembra di essere stato sintetico, no? A parte gli scherzi, è stato sicuramente un grande onore per me suonare sul palco del Teatro Ambra e credo che sia il pubblico che gli organizzatori abbiano gradito. Difficoltà? La chitarra non teneva l'accordatura».

Nel corso della tua vita quale è stato il cantante che ti ha maggiormente influenzato?

«Mah… bella domanda, ho passato diverse fasi, ma sicuramente i primi amori non si dimenticano mai. Sul versante italiano Eugenio Finardi, poi Claudio Rocchi e Claudio Lolli; sul versante straniero, David Crosby, Neil Young e Bruce Cockburn, quest'ultimo particolarmente, per la raffinatezza sia dei testi che della musica».

Come vedi la scena musicale savonese?

«Troppe vecchie cariatidi che si trascinano, facendo comunque ancora la loro porca figura, e pochi spazi per giovani con idee nuove. Credo che la scena musicale savonese rispecchi quella nazionale, dove si riesumano con reunion improbabili, personaggi che incominciano ad annusare la curva del declino e di contro salette con ragazzi che ancora sudano, si sbattono, si sforzano di creare, ma che poi si ritrovano a suonare per i parenti stretti e gli amici a qualche festa di compleanno o che, ancora peggio, coverizzano a qualche apericena, avendo ben poche possibilità di mettersi alla prova davanti a un pubblico vero, sempre che un pubblico "vero" esista ancora…».

Cosa chiedi al futuro?

«Di poter continuare a scrivere canzoni».


Titolo: Foto sintesi
Artista: Mauro Pinzone
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Mauro Pinzone, eccetto dove diversamente indicato)

01. Donne soprappensiero
02. Stella
03. Prestito
04. Smeraldo
05. La verità
06. Sensi amplificati
07. Riflessi
08. Segreti
09. Sorriso che corre
10. L'originale, parte I  [Roberto Bani; Roberto Bani e Mauro Pinzone]
11. Non sei originale
12. L'originale, parte II  [Roberto Bani; Roberto Bani e Mauro Pinzone]



lunedì 31 ottobre 2016

"Vizi, peccati e debolezze" del siciliano Luca Burgio





Le notti nei locali di Madrid e la tradizione folk siciliana. Un filo rosso che il cantautore Luca Burgio ha saputo annodare e tradurre in musica nel suo disco d'esordio "Vizi, peccati e debolezze", prodotto con il decisivo contributo della Maison Pigalle. Il cantautore agrigentino ha trascorso alcuni anni nella capitale iberica, lavorando e vivendo la movida. A Madrid l'artista siciliano ha gettato il seme della sua musica e una volta tornato in Sicilia la pianta è cresciuta vigorosa fino a dare ottimi frutti. L'esperienza di vita in Spagna si è tradotta in musica e le atmosfere gipsy jazz con chitarre manouche, fisarmoniche e fiati mariachi si sono fuse e intrecciate con il folk siciliano. Nove canzoni, dal ritmo incalzante, ambientate in locali aperti fino a tarda notte, dove i vapori dell'alcol e il fumo delle sigarette si mescolano a racconti di sognatori romantici, poeti che trovano conforto nella bottiglia, amanti in preda ai propri istinti. Atmosfere fumose e swingate si legano a testi espliciti, ironici e dissacranti che raccontano esperienze vissute in prima persona. Un disco suonato e arrangiato molto bene che mette in evidenza come Burgio e la Maison Pigalle abbiano metabolizzato alla perfezione le lezioni di Paolo Conte, De Andrè, Gaber, Fred Buscaglione, del Vinicio Capossela che racconta le notti milanesi. Niente di nuovo sotto il solo verrebbe da dire dopo un ascolto superficiale ma l'utilizzo di strumenti come il mandolino e la fisarmonica, in un contesto sonoro già ricco, regalano colori e sfumature tutte da scoprire e gustare.
La Maison Pigalle è composta da Andrea Scimè (contrabbasso), Armando Fiore (percussioni), Marco Macaluso (fisarmonica), Mauro Schembri (mandolino). Hanno partecipato Ettore Baiamonte (chitarra), Samuele Davì (tromba), Roberto Anelli (pianoforte).
Con Luca Burgio abbiamo parlato del suo disco che è stato inserito tra i 50 candidati al Premio Tenco 2016 nella categoria “Opera prima”.



Luca, vizi, peccati e debolezze sono ancora ammessi nella società di oggi?

«Certo! Chi dovrebbe vietarceli? Il nostro lato oscuro fa parte di noi da quando siamo nati. Fa parte del nostro essere. Non esiste nel genere umano una persona che non abbia mai familiarizzato con le proprie paure, le proprie voglie, il senso di colpa, tutto quello che ci rende così meravigliosamente umani! E oggi più che mai ci sentiamo ancora più liberi di vivere la nostra natura peccaminosa perché, ad esempio, la maggior parte di noi non ha più una fede religiosa tanto influente nella propria vita come lo era in passato, ma abbiamo accettato noi stessi per come siamo, non abbiamo più quella retorica moralista che per tanto tempo ci ha limitati nel fare e nel dire costringendo a castrare oppure nascondere le nostre più profonde pulsioni, non esiste più quell'immagine maschilista dell'uomo forte tutto d'un pezzo, io piango se sto male e bevo se ho un problema, urlo se mi incazzo, e divento un cretino se mi innamoro perché la mia debolezza mi fa sentire umano e io amo la mia natura volubile e vulnerabile». 

Raccontandoli ci hai fatto un disco, il primo della tua carriera. Quanto hai lavorato a questo progetto?

«Tralasciamo il tempo impiegato a scrivere le canzoni perché le scrivevo senza alcun progetto e soprattutto senza l'idea di incidere un disco un giorno. Sono tornato dalla Spagna nell'ottobre del 2013 con un progetto che avrebbe impegnato i miei prossimi tre anni, il tempo di mettere su quello che sarebbe stato l'embrione della Maison Pigalle, ed insieme a Mauro Schembri e Marco Macaluso iniziammo la prima fase, l'arrangiamento delle canzoni e la registrazione di una demo di due brani che coinvolse anche il resto della band. Nel secondo anno ci avviammo alla seconda fase, la quale ci vide alle prese con i primi concerti e la registrazione del disco, attraverso il quale ci potemmo proporre alle diverse etichette discografiche. L'inizio della collaborazione con la New Model Label segna la fine della terza fase esattamente nel terzo anno di attività. Il progetto che mi sono portato dalla Spagna si è compiuto quest'anno e ora quello che resta da fare è portare la mia musica il più lontano possibile, mettergli le ali e passare lo stretto, tanto per cominciare».

Le canzoni del tuo disco hanno una ambientazione notturna. È questo il momento migliore per vivere?

«Diciamo che è il momento migliore per scrivere, ognuno la vive come la sente ma la sera tutto prende un'altra forma, se la vivi fuori fra i locali, la musica, la gente che esce a fare festa, allora la notte ti seduce, ti coinvolge, distorce la giornata, le facciate dei palazzi e delle chiese tirano fuori le loro ombre e ogni vicolo o stradina diventa misteriosa, i basolati lucidi riflettono le luci gialle dei lampioni e i pub sembrano aspettare solo te, tu bevi qualcosa, stai con gli amici, magari conosci una niña che con un po' di fortuna ti porti a casa, allora metti in riproduzione casuale la discografia di Chet Baker, tiri fuori la tua bottiglia da 75 cl che conservi per queste occasioni, la bevete, a lei si socchiudono gli occhi, le si ammorbidisce la voce, e finite col passare la notte arrotolati alle lenzuola… poi l'indomani si alza e se ne va come se la lingua che aveva in bocca fino a qualche ora fa non era la tua… veloce, col trucco sbavato, e senza guardarti negli occhi si ripassa il rossetto e scappa a lavoro. E questo è più o meno l'effetto che mi fa il giorno! Poi la sera dopo magari resti a casa e scrivi quanto è successo e se sai prenderti alla leggera ti fai pure due risate».

Dove prendi ispirazione per scrivere canzoni?

«Vedi, il concetto di ispirazione a mio avviso è stato sempre frainteso, per come la vedo io, sono continuamente ispirato, l'ispirazione è quel valore aggiunto o condanna congenita in tutti i romantici. È appunto l'ispirazione che accende la tua immaginazione, che ti rende sensibile, ti dà la possibilità di vedere le cose oltre la forma e di apprezzarne l'essenza, è quella capacità che hai di organizzare le forme e i colori e scattare una bella foto, o mischiare insieme degli ingredienti e tirare fuori un piatto sorprendente, o, come nel mio caso, prendere tutta la gente che vedi e quello che succede a te e a loro e organizzarlo in versi in maniera elegante o brutale. L'ispirazione non va e viene ma è sempre dentro di noi, per me raggiunge picchi massimi nelle situazioni della vita e nelle interazioni della gente».

I brani che tu canti in questo album sono storie vissute?

«Per fortuna o purtroppo sì, in questo disco mi sono sputtanato, senza ritegno! Mi sono chiesto il perché qualcuno debba ascoltare le mie canzoni, e ho pensato che se avessi raccontato le situazioni quotidiane che vive chiunque o le avventure che più o meno il target a cui mi rivolgo ha vissuto, con i particolari ironici, tristi, stravaganti e calcando sempre la mano sul nostro "lato oscuro" su quei pensieri che tutti ci facciamo ma che mai portiamo alla luce, sulle nostre perversioni e insicurezze sarei potuto arrivare a quella semplicità che accomuna tutti. Insomma siamo tutti sporchi e quando ascolto qualcuno che mi propone delle storie mi piace pensare "cazzo quant'è vero!" e così, dal cuore pulsante della mia vergogna è venuto fuori "Vizi, peccati e debolezze"».

Quando sei entrato in studio avevi già le idee chiare riguardo al suono che il disco avrebbe dovuto avere?

«Più o meno sì, questa connotazione un po' noire, i suoni pesanti e cupi, l'esaltazione dei bassi, è il suono che meglio sposa il senso dei testi, è proprio il sound che cercavo e per questo mi sono affidato totalmente a Davide Terranova per il missaggio e alla Maison Pigalle e alla loro creatività per gli arrangiamenti. Ovviamente anch'io avevo le mie idee, ad esempio tutte le parti della tromba non le avevo mai sentite dal vivo ma le avevo in testa così per come sono nel disco, a parte l'assolo di "Buscavidas", lì Samuele Davì si è lasciato andare all'improvvisazione assoluta dando il dovuto carattere al brano, e la chitarra di Ettore Baiamonte che ha sostituito tutto quello che fino a quel momento erano soltanto semplici accordi, con accompagnamenti ben pensati e piazzati sapientemente all'interno del disco».

È un disco dalle sonorità molto ricche, come si sono svolte tecnicamente le sessions di registrazione?

«Ho cominciato io con una traccia guida di voce e chitarra sulla quale poi abbiamo dato il via  alle registrazioni della chitarra, a cui sono seguite contrabbasso e percussioni, subito dopo abbiamo inserito nell'ordine fisarmonica e mandolino e infine tromba, pianoforte e voce. La parte più impegnativa è stata quella del missaggio in cui abbiamo passato ore e ore in silenzio sullo stesso pezzo. Davide è stato davvero formidabile e devo dire che dopo la fase finale del master quello che ne è venuto fuori nel complesso è stato parecchio soddisfacente».

Mandolino e fisarmonica sono due strumenti non facili da trovare nei dischi dei cantautori. Perché li hai voluti nel tuo album?

«Quando ho cominciato questa avventura c'era una sola persona che ero sicuro di poter chiamare per iniziare un progetto così importante da farmi mollare tutto per ritornare in Italia, e quella era Mauro Schembri. Mauro nasce come chitarrista e poi polistrumentista, sapevo che qualcosa di interessante sarebbe potuto uscire anche da qualche altro strumento. Al mio arrivo mi sono reso conto che suonava il mandolino in maniera così tosta che solo anni di heavy metal avrebbero potuto formare, una specie di mitragliatrice di note che si univa perfettamente all'intenzione dei miei testi, così arrangiammo tutto con il mandolino che è comunque il suo strumento principale. Ma serviva qualcosa che ammorbidisse il tutto, che ci unisse e completasse il trio che avevo intenzione di mettere su per cominciare, che desse quel sound folk e bohemien che cercavo, e così trovammo le nostre risposte in Marco Macaluso e la sua fisarmonica. Con la completezza del suo strumento il trio era pronto a partire, destinato in seguito ad unirsi agli altri».

Quali sono i tuoi vizi e le tue debolezze?

«Vuoi che ti faccia un elenco? Ovviamente sto scherzando, sono un tipo abbastanza calmo, il mio è solo un personaggio creato per accompagnare il nome del disco mica viceversa! In realtà riesco a controllare al meglio le mie emozioni e spesso fra i miei amici passo per quello freddo e calcolatore, ma non è colpa mia, è che seguo la ragione sopra ogni cosa, ritengo sia l'unica cosa concreta e in quanto tale l'unica che abbia un senso. Sono il classico ragazzo da una donna sola, e sono anche abbastanza fedele, non ho mai tradito in vita mia e soprattutto non mi piace e non mi è mai piaciuto bere. Non mi masturbo e non ho alcuna perversione in testa che superi aggiungere il miele nel latte già zuccherato, anzi, proprio tutto quello che la gente chiama feticismo è la cosa che più aborro nella meravigliosa unione fra due persone che si amano e che vede la sua completezza nella sua stessa semplicità. Potrei anche quasi essere fiero di me se non fosse che molto spesso sono uno sfacciato bugiardo».

In questo disco quanto c'è della tua esperienza di vita a Madrid?

«Tanto per cominciare Madrid è il posto dove ho cominciato ad arrangiarmi e anche se il brano ha visto la luce al mio ritorno in Italia, diciamo che "Buscavidas" è stato concepito a Madrid. L'album porta i rumori della città, i bar con le tapas schierate e le cameriere tatuate. Ogni volta che cambiavo casa facevo un giro nel circondario cercando il bar con la cameriera più bella da guardare, se posso prendere una birra perché non farlo davanti a un bel panorama! Ma non solo questo anche il punto di vista del bancone era ricco di esperienze, i vecchi che venivano a bere birra alle dieci del mattino mentre altri prendevano il loro caffè latte e la notte tutti quelli che passavano, ognuno a fare festa e mentre io e i miei colleghi sfornavamo pizze per gente che non la masticava neanche, oppure quelli con camicia cravatta e valigetta, li guardavo consumare mentre parlavano al telefono e li invidiavo, non sapevo che lavoro facessero ma volevo farlo anche io. Un anno dopo vendevo pannelli fotovoltaici, contratti luce e altra roba ecosostenibile con tanto di camicia valigetta e tante cazzate da dire al telefono. Madrid più che testi veri e propri mi ha regalato stati d'animo così al lavoro come a casa, pensa che proprio li ho vissuto l'ebbrezza della convivenza di coppia con tutte le cose belle e brutte che ci girano attorno, quindi quanto d'amore e d'odio riesci e decifrare fra i testi più o meno sono anche il frutto di questa, parecchie storie comprese».

Il tuo disco d'esordio è stato inserito nel lotto dei cinquanta finalisti del Premio Tenco nella categoria "Opera prima". Cosa ti ha fatto capire questo riconoscimento?

«Sai quando sono tornato dalla Spagna, come ti dicevo avevo lasciato tutto, il lavoro, una ragazza che amavo, la casa che avevamo scelto insieme, incluso una città che adoravo, non avevo più niente alle spalle e non avevo ancora niente davanti a me, quello che avevo erano gli sguardi incerti della mia famiglia che mi stava vedendo fare solo un'enorme cazzata. Puoi immaginarti come mi sentivo, nel bel mezzo del nulla. Ovvio che i dubbi assalivano anche me, in tutto questo la relazione che si andava esaurendo non aiutava, e i risparmi che avevo guadagnato a Madrid andavano finendo. Insomma i primi sei mesi qui a Palermo sono stati terribili, ma non sarei mai potuto tornare indietro e non lo volevo nemmeno. Quando le cose hanno cominciato a prendere forma e si sono visti i primi risultati mi sono guardato alle spalle e ho visto che il progetto che avevo stabilito stava proseguendo tappa dopo tappa, ho continuato a spingere fino ad adesso, ogni volta che prendo una mazzata capita sempre qualcos'altro che mi aiuta a rialzarmi e quella si chiama vita, perché "non c'è vento favorevole per chi non sa dove andare", si vede che questa è la rotta giusta. Come mi sento adesso? Orgoglioso come sempre, sono fiero del lavoro che abbiamo fatto almeno fino ad ora con Andrea, Mauro, Marco, Armando ed Ettore ed ora ci aspetta il "Tenco ascolta", altra splendida opportunità firmata club Tenco. Per il resto, ad maiora semper!».

Come capisci che una canzone è buona abbastanza per essere incisa?

«Non lo capisco, ne discuto con la band e se effettivamente è coerente con il concetto dell'album e gli arrangiamenti li riconosciamo soddisfacenti allora si può pensare di inserirla nell'album, ma l'ultima parola resta sempre quella del pubblico. Di solito mi fisso sulla reazione che ha la gente alle nostre canzoni e quello è un ottimo metro di giudizio».

Ti ricordi come hai iniziato a suonare?

«Certo! Ho cominciato facendo punk in un gruppo di provincia, all'epoca cantavo solamente o meglio gridavo come un dannato, ma almeno gridavo canzoni mie, poi mio fratello mi mise in mano una chitarra acustica e praticamente non l'ho più mollata, non ho mai familiarizzato con l'elettrica. Dopo presi a fare country riarrangiando in chiave acustica gli stessi pezzi punk. Cominciai a divertirmi con i versi nell'ultimo progetto "I Bardi" dove i brani venivano da un libro di poesie che avevo scritto e che musicammo con una band di ben nove elementi in chiave prog rock. Poi sono partito ed è cominciato il progetto da solista».

Ti consideri un cantautore?

«Beh! Mi sono sempre considerato prima di tutto un estimatore della vita e i suoi piaceri, quello che vedo e sento lo metto in versi perché sento mia questa forma di espressione. Canto e scrivo le mie canzoni, ho scelto di fare questa vita con le delusioni e le soddisfazioni, con le difficoltà che comporta avere questo come obiettivo. Oggi come oggi è dura essere presi sul serio, specie se sei all'inizio. Ma che ti aspetti? È giusto che sia così! Se vuoi essere preso sul serio devi lavorare seriamente, non fermarti mai, anche quando il mondo ti crolla addosso, sono in tanti quelli che aspettano soltanto di vederti abbassare la guardia, ma tu devi avere solo una cosa in mente e deve essere vedere dove ti porta quello che hai cominciato, come va a finire la tua storia, ma con la dignità di voler vedere sempre la faccia che vuoi allo specchio, e difendere con amore quello che ti senti di essere! Ebbene io sono Luca Burgio e sì, sono un cantautore».

Un po' di De André, un pizzico di Gaber, qualche riflesso di Capossela e Paolo Conte, e poi?

«Guarda hai centrato in pieno e me li hai nominati proprio tutti! Aggiungerei soltanto Mannarino e l'immancabile Tom Waits, ho preso a piene mani da tutti loro! Ma più in particolare questo disco parte da sonorità manouche, che ho sempre amato, e si arricchisce principalmente delle influenze classiche e folk della Maison Pigalle che ha saputo trovare il giusto equilibrio tra quanto distingue questi artisti e la loro unicità di gusto che ha reso "Vizi, peccati e debolezze" un album al momento abbastanza apprezzato».


Titolo: Vizi, peccati e debolezze
Artisti: Luca Burgio e Maison Pigalle
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Luca Burgio)

01. 75 cl di brindisi
02. Satan's speech
03. La rondine e l'inverno
04. Il sordo
05. La sindrome di Dorian Gray
06. La cicala e la formica
07. Un bicchiere fra di noi
08. Un fegato in più
09. Buscavidas