domenica 19 agosto 2012

Il desert sound romagnolo dei Sacri Cuori






"Rosario" è il titolo del nuovo album dei Sacri Cuori, gruppo romagnolo capitanato dal chitarrista Antonio Gramentieri. Il disco, in uscita nelle prossime settimane, arriva dopo "Douglas and Dawn", pubblicato nel 2008 ed è impreziosito dalla partecipazione di John Convertino dei Calexico. Chi ha avuto la fortuna di assistere al concerto che la band ha tenuto nei giorni scorsi a Spotorno (13 agosto), nell'ambito della rassegna "Notti Tricolori" curata dall'associazione Raindogs, ha potuto apprezzare la musica e le atmosfere, a tratti trascinanti altre volte sognanti e ipnotiche, del repertorio dei Sacri Cuori. In questi anni il gruppo è stato molto attivo anche come backin' band, dal vivo e in studio, di nomi di spicco del cantautorato internazionale: da Hugo Race a Dan Stuart (Green on Red), da Richard Buckner a Robyn Hitchcock, da Steve Wynn a Woody Jackson.
I Sacri Cuori sono composti, oltre che da Gramentieri, anche da Francesco Giampaoli (basso e contrabbasso), da Diego Sapignoli (batteria) e dal polistrumentista Christian Ravaglioli (tastiere, fisarmonica). Inoltre del gruppo aperto fanno parte, sia dal vivo che in studio, Enrico Bocchini (percussioni e batteria) e Denis Valentini (percussioni, voce, batteria).
Alcuni giorni dopo la performance di Spotorno, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Antonio Gramentieri, chitarrista del gruppo e direttore artistico del festival "Strade Blu" che tutti gli anni va in scena in Romagna.


Il pubblico di Spotorno ha avuto l'occasione di vedervi suonare sul palco in piazza della Vittoria nell'ambito di "Notti Tricolori". È stata una serata particolare ma per molti siete stati una bella scoperta. Cosa ti ricordi dell'evento?

«Ah, Spotorno... Siamo saliti sul palco in ritardo. Dieci minuti secondo la nostra scheda, un'ora secondo alcuni spettatori. Non è stata colpa nostra, ma ci abbiamo messo la faccia. All'inizio da parte di una fetta di pubblico c'era un clima quasi ostile, tipo da curva nord contro l'arbitro. Poi però la musica ha avuto la meglio, ha placato gli animi ed è risuonata al meglio. È stata una bella serata. Abbiamo anche venduto parecchi cd».

Da dove nasce il nome del vostro gruppo?

«Pur essendo un credente light sono molto appassionato di iconografia religiosa popolare. La trovo molto viva, molto vera. Casa mia è piena di santi e santini. La nostra musica pesca molto dall'Italia di una volta, dal Messico, dal sud degli Stati Uniti. Il sacro cuore è un simbolo molto presente in tutte queste aree, e mi è sembrato appropriato usarlo come minimo comun denominatore della nostra estetica».

Torniamo al concerto di Spotorno. Dopo il vostro set e la breve esibizione di Emma Tricca, siete saliti nuovamente sul palco per accompagnare Robyn Hitchcock nella seconda parte del concerto. Come è nata questa collaborazione?

«Robyn è un amico, oltre che un maestro e un grande cantautore. Sono anni che ci vediamo almeno un paio di volte all'anno e jammiamo per ore in privato. Stavolta c'è stata la possibilità di fare qualcosa di ufficiale insieme, ed è un'idea che è piaciuta molto sia a noi che a lui».

Hitchcock sembra una persona molto affabile e spiritosa. Tu che sei stato al suo fianco in questo tour cosa ci puoi dire del "vecchio inglese"?

«È una delle persone più simpatiche e surreali che abbia conosciuto in questo mondo. Vede sempre le cose da un'angolazione particolare, e ti svela dei dettagli curiosi. Anche sulle parole e sulle note. È un artista ideale con cui stare in strada. In pratica è stata una festa lunga sei giorni».

Siete una band italiana ma è forse in ambito internazionale che vi esprimete al meglio. Lo dimostrano i numerosi tour europei alle spalle e in calendario. Sbaglio in questa mia valutazione?

«No, non sbagli. Però io credo che sia il concetto di "nazionale" e di "internazionale" che è ormai da rivedere. Con la rete, Youtube, Facebook, le distanze contano sempre meno. La musica è musica e deve circolare e avere senso in tutto il mondo, nello stesso momento. Ormai pensare di essere artisti "italiani" e basta è restrittivo come poteva esserlo vent'anni fa fare i cantautori di quartiere. Detto questo: la nostra proposta ha molto di "italiano", e pertanto ha un qualcosa di esotico che all'estero risuona ancora di più che in patria».

Come venite accolti all'estero e che differenze ci sono con l'Italia in fatto di pubblico e opportunità lavorative?

«Noi suoniamo molto, siamo fortunati. All'estero veniamo accolti molto bene. La differenza principale è che spesso all'estero la musica e il concerto non sono considerate un'eccezione alla normalità, ma una parte integrante del quotidiano. La gente compra dischi e frequenta concerti in maniera meno "di nicchia" e più naturale, come leggere un libro. Da qui viene una cultura musicale di base più approfondita, e forse anche la maggiore attenzione alle novità».

Certo che Sacri Cuori e "Rosario", titolo del vostro nuovo album, trasmettono una visione mistica-religiosa che svanisce però appena il cd inizia a girare. Perché questo abbinamento?

«Rosario per noi è il nome di un luogo ipotetico. Ancora una volta, un nome di un luogo che potrebbe appartenere a diverse aree del mondo. A livello di simbolo sono molto legato alle rose, trovo che siano la cosa più vicina al cuore che la natura ci offre. Siamo in tempi scuri. È tempo di fare ricrescere le rose dal buio. A Rosario capita già...».

"Rosario" uscirà in questi giorni nei negozi di dischi. Quali sono state le vostre fonti di ispirazione?

«Tante, troppe. E non tutte facili da identificare. Nino Rota, Manuel Galban & Los Zafiros, Evan Lurie, Orchestra Castellina-Pasi, Armando Trovajoli, Santo and Johnny, Billy Strange, Friends of Dean Martinez, Piero Umiliani, Mona Bell, Los Lobos, Lee Hazlewood, Ornella Vanoni, The Champs, Luciano Berio, Los Cubanos Postizos, Secondo Casadei, John Carpenter, Tin Hat Trio, Green on Red, il Dylan di "Pat Garrett and Billy The Kid", "Mackenna's Gold" di Quincy Jones, Duane Eddy, Los Indios Tabajaras, Henry Mancini, Fred Neil, "Music from Film" di Brian Eno».

Rock desertico, sonorità latine, accenni di psichedelia e un po' di liscio romagnolo. Un mix originale e coinvolgente, non c'è che dire! Perché avete pensato al liscio e quanto è importante per voi l'insegnamento di Nino Rota?

«Nino Rota a mio avviso è un fuoriclasse, un genio. È il compositore italiano per eccellenza. Da giovanissimo ha studiato in America, per cui ha evitato subito il rischio di essere provinciale. Ma poi ha lavorato moltissimo con gli elementi del folk e della musica popolare italiana, dando loro una nuova prospettiva e un nuovo significato. Con le dovute, enormi differenze, è un percorso che sentiamo molto vicino, in tutte le sue fasi. Liscio? Perché no? Perché dovremmo guardare al blues con rispetto, o al country, e snobbare il liscio? Sono figli della stessa idea popolare. Ci sono ottimi pezzi country e pessimi pezzi country, questo vale anche per il liscio. Non tutto è una cartolina patinata della riviera. Ci sono ottime composizioni».

In "Rosario" c'è anche la firma della scozzese Isobel Campbell, già al fianco di Mark Lanegan e Belle & Sebastian. Cosa ci puoi raccontare della vostra collaborazione in studio di registrazione?

«Isobel è un'amica a cui piace molto la musica di Sacri Cuori. Le ho mandato i provini da ascoltare, su sua richiesta, e lei si è offerta di scrivere le parole e di cantare su due melodie che avevo composto. È stato un onore e un piacere. Isobel è un'altra europea, in senso continentale che è andata in America a trovare una sintesi fra le sue sensibilità. Di nuovo, è un percorso simile al nostro. Ci è riuscita: è un'ottima songwriter!».

"Rosario" è stato registrato fra Richmond e Los Angeles con la collaborazione di David Hidalgo dei Los Lobos, Marc Ribot, Jim Keltner, Stephen McCarthy, Woody Jackson, e naturalmente di John Convertino. Come fa una band italiana al secondo album a potersi fregiare di una così nutrita e importante serie di collaborazioni?

«Abbiamo da anni una vasta gamma di amicizie e di relazioni internazionali. Gente a cui piace la nostra musica, e che collabora volentieri. Forse proprio perché sfoggiamo senza timori la nostra italianità e non ci limitiamo a fare il verso agli "ammmmerigani", come direbbe Alberto Sordi. Molti degli artisti che hai citato sono artisti che hanno messo le proprie radici al servizio di un suono "di incontro", contemporaneo. Che non hanno negato le proprie radici ma le hanno messe in discussione su suoni nuovi. Il percorso dei Los Lobos per noi è un faro, sempre luminosissimo!».

Chi tra gli artisti sopracitati ti ha sorpreso maggiormente?

«Sono tutti grandissimi artisti, e non serve che lo dica io. Sono molto grato a tutti. Conoscere per la prima volta due miei miti assoluti come Jim Keltner e David Hidalgo è stata, tuttavia, una grandissima emozione».

A inizio settembre partirete per un tour europeo con Richard Buckner con cui avete tra l'altro già collaborato in passato. Sarebbe bello che questi eventi facessero tappa anche in Italia, troppo spesso ostaggio di cover band e personaggi da reality show. C'è qualche speranza di invertire la rotta?

«In Italia, in questa fase, per gran parte della musica non radiofonica/televisiva manca il mercato. E quando non c'è mercato è difficile trovare spazi anche per il live. Forse sarebbe il caso che, almeno gli appassionati, o i presunti tali, ricominciassero a mettere il naso fuori da casa, guardare qualche concerto in più e comprare qualche disco. In generale, prima di dare la colpa a dei presunti "altri" per questa crisi, suggerisco di pensare a cosa potrebbe fare ognuno di noi».



Titolo: Rosario
Gruppo: Sacri Cuori
Etichetta: Decors Records/Interbang Records
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce 
(musiche di Antonio Gramentieri)

01. Silver dollar
02. Fortuna
03. Quattro passi
04. Out of Grace
05. Sipario!
06. Garrett, west
07. Where we left
08. Teresita
09. Garrett, east
10. El Conte
11. Sundown, Rosa
12. Lee-Show
13. Lido
14. El Gone
15. Sei
16. Non tornerò
17. Steamer
18. Lido (alt take)
19. Teresita (alt take)


video


sabato 18 agosto 2012

Loris Lombardo e i ritmi del mondo








Loris Lombardo è uno dei percussionisti più apprezzati della scena musicale ligure. Classe '85, savonese e figlio d'arte, Loris si sta facendo strada nel mondo della musica grazie alla sua professionalità e alla sua serietà. Numerosi sono i dischi che sono stati impreziositi dai suoi ricami ritmici, come numerosi sono i premi e i riconoscimenti che Lombardo ha conquistato in questi anni. L'ultimo in ordine di tempo è il "Percfest 2012", il festival internazionale delle percussioni, vinto poche settimane fa a Laigueglia. Musicista tra i più preparati, ha studiato con grandi nomi internazionali: da Tullio De Piscopo a Jojo Mayer, da Geoff Dunn a Vic Firth. Collabora con i Mandolin Cocktail, sestetto del maestro Carlo Aonzo, con i Myrddin, storico gruppo di musica celtica e folk, con Officina Acustica e con i VOV di Davide Arneodo, polistrumentista dei Marlene Kuntz.
Martedì 28 agosto ci sarà l'occasione di assistere al concerto che Loris terrà al "Dolce Vita", nella darsena del porto di Savona, insieme al mandolinista Carlo Aonzo (ore 21).
Con questa intervista scopriamo chi è Loris Lombardo (www.lorislombardo.it).



Sei uno dei musicisti savonesi più ambiti in sala di registrazione. Negli ultimi mesi il tuo apporto è stato fondamentale nel disco folk degli A Brigà, in quello cantautorale di Sergio Pennavaria, nel cd jazz di Dino Cerruti e Claudio Bellato, in quello classico registrato con l'orchestra Romualdo Marenco di Novi Ligure. Generi molto diversi. A quale di questi dischi ti senti più legato e perché?

«Mi sento legato a tutti i dischi che faccio ma in modo diverso. Quando suono musica classica mi devo attenere allo spartito e cerco d'interpretare le note scritte in maniera musicale, quando invece suono musica moderna e ho carta bianca cerco di mettere un po' di me in ogni registrazione. Amo tutta la musica dal jazz all'hard rock, fino alla musica classica».

Come è iniziata la tua passione per la musica e in particolare per le percussioni?

«È iniziata da piccolissimo grazie a mio padre Feliciano, batterista anche lui, che suonava negli anni '70 con un gruppo rock chiamato The Devil's Sons. Sono nato con la batteria in casa, una fantastica "Hollywood" madreperlata, e la suonavo ogni giorno. Conservo ancora un video che mi vede impegnato a suonare la batteria nella sala di casa all'età di due anni. Chissà, forse un giorno lo pubblicherò su Youtube. Così crescendo e non abbandonando mai lo strumento, a dodici anni ho avuto la mia prima band, a quindici ho iniziato a studiare seriamente batteria da Tullio De Piscopo e dopo il diploma ottenuto alla sua scuola di Milano, ho deciso di allargare i miei orizzonti musicali studiando jazz a Cremona e poi musica classica (percussioni classiche come marimba, vibrafono, xilofono, glockenspiel, timpani sinfonici, tamburo d'orchestra, ecc..) al Conservatorio Ghedini di Cuneo. Da qui è partito il mio viaggio alla ricerca di timbri nuovi studiando anche percussioni mediorientali, africane, cubane, afro-peruviane, con vari insegnanti in giro per l'Italia, senza però mai abbandonare lo studio della batteria che ho avuto la fortuna di approfondire con Giorgio Di Tullio e successivamente in Inghilterra con i più grandi esponenti al mondo come Jojo Mayer, Vic Firth, Billy Ward, Geoff Dunn, lo storico batterista di Van Morrison, e tanti altri».

Qual è il genere musicale che più ti affascina e per cui ti senti maggiormente portato?

«Questa è una domanda a cui ho cercato di dare una risposta per molto tempo. Sono arrivato alla conclusione che non mi voglio legare a un solo genere musicale, amo tutta la musica. Succede così che oggi faccia un concerto di musica classica, domani insieme a una rock band, il giorno dopo con una formazione jazz. Amo la musica a 360° e penso che suonando tanti generi differenti la mente si apra in modo da poter suonare e contaminare vari stili. Penso che ormai della musica sia stato detto tutto e non voglio cercare di essere l'ennesima copia di qualcun altro. Credo che sia necessario ascoltare i big per apprendere l'anima e la tecnica dello strumento ma che poi si debba creare il proprio stile».

Quali sono invece i percussionisti o batteristi che ti hanno ispirato maggiormente?

«Sono cresciuto con mio padre che mi faceva ascoltare sempre i Led Zeppelin, quindi sicuramente John Bonham. Crescendo mi sono appassionato dei grandi virtuosi dello strumento come Buddy Rich, il papà di tutti, e poi Steve Smith, Jojo Mayer, Gavin Harrison, Dave Weckl. Maturando il grande Steve Gadd. Trilok Gurtu è invece il percussionista che mi ha impressionato maggiormente, la sua arte di mischiare colori e ritmi è fantastica».

Il percussionista, per bravo che sia, difficilmente può fare a meno dell'apporto di altri musicisti. In quest'ottica quali sono i tuoi progetti futuri?

«Sto per registrare un disco insieme a Danilo Raimondo col quale ho vinto il primo premio al "Percfest 2012", il festival europeo delle percussioni. Il nostro progetto si chiama "Timbrica" e utilizzeremo strumenti provenienti da ogni parte del mondo in aggiunta a quelli inventati da Danilo, vero e proprio artigiano del suono, costruttore e inventore di strumenti musicali (www.artigianodelsuono.com). Poi nell'ambito del progetto "The Acoustic Duo" registrerò un disco con il bravissimo chitarrista acustico Claudio Bellato. Insieme a Claudio abbiamo deciso di creare un nuovo progetto che coinvolgerà uno dei più grandi mandolinisti al mondo: Carlo Aonzo. Con questo nuovo trio ci immergeremo nella tradizione del bluegrass, daremo spazio ai grandi virtuosismi tra corde e percussioni, ai classici della canzone napoletana da noi rivisitati e molto altro».

Dopo un po' di anni di grande splendore, la musica a Savona sembra essere tornata in secondo piano. I concerti al Priamar con ospiti internazionali sono solo un ricordo, il Festival del Mandolino si è trasferito, i locali dove poter suonare hanno quasi tutti abbassato le saracinesche. Come vedi il presente e il futuro della musica a Savona?

«Hai ragione, purtroppo ci sono pochissimi locali a Savona che ospitano concerti di musica dal vivo. Noi stessi facciamo molti più concerti fuori dalla nostra città. Al contrario sul territorio ci sono tantissime nuove band che devono però fare i conti con la mancanza di spazi adeguati per poter suonare e farsi conoscere. Sono comunque ottimista e spero che Savona diventi un luogo ricco di cultura musicale».

Loris, tu sei anche docente di musica in varie scuole e puoi sicuramente descrivere l'approccio dei giovani alla musica. Possiamo avere fiducia nel futuro?

«Ho iniziato a insegnare molto giovane, sono già dieci anni. Ho avuto molti allievi e ognuno si è presentato con una motivazione differente. Alcuni si avvicinano alla musica per attrazione nei confronti della batteria, altri per curiosità, altri ancora per passare un pomeriggio diverso. La cosa che ho sempre cercato di trasmettere è la passione per lo strumento. Studiare uno strumento richiede ore e ore di pazienza e impegno, l'importante è non affrontarli con stress ma sempre come se fosse un gioco. Parto proprio da questo presupposto con i miei allievi, deve essere un divertimento anche quando le cose si fanno più complicate, farle sempre con il sorriso sulle labbra. Da qualche tempo faccio parte dell'associazione "Scuderie Capitani", sono uno degli insegnanti abilitati da Luca Capitani, grande didatta e batterista, e preparo gli allievi ad affrontare gli esami e ottenere il diploma finale. I giovani batteristi hanno fretta di bruciare le tappe, vorrebbero già suonare in situazioni importanti, fare grandi virtuosismi ancor prima di aver imparato le basi e allora cerco di far capire loro che ci vuole tempo, studio e tanta forza di volontà. Le soddisfazioni arriveranno».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

«Il mio sogno nel cassetto è quello di fare tour in America e in Oriente, sono posti che vorrei visitare e sarebbe fantastico se ciò accadesse grazie alla musica».

Mi piace chiudere questa chiacchierata con le dieci domande secche. 

- Succo d'ananas o chinotto? Succo d'ananas.
- Arancia Meccanica o Blade Runner? Blade Runner.
- Doccia o vasca da bagno? Vasca da bagno.
- Kenny Aronoff o Phil Collins? Phil Collins.
- Gelato alla crema o alla frutta? Alla crema.
- Ritmi mediterranei o caraibici? Mediterranei.
- Gatto o cavallo? Gatto.
- Alba o tramonto? Tramonto.
- Vacanza avventura o villaggio turistico? Vacanza avventura.
- Fiction o cabaret? Cabaret.



venerdì 17 agosto 2012

L'altra Italia raccontata da Massimo Priviero







Massimo Priviero è da sempre una delle migliori voci del rock italiano. Dal lontano 1988 quando esordì con l'album "San Valentino" fino a "Folkrock", registrato insieme al violinista Michele Gazich e pubblicato nei mesi scorsi. Per il cantautore veneto è un 2012 molto intenso, non solo per la promozione del nuovo album ma anche la partecipazione a "Storie dell'altra Italia", spettacolo scritto dal giornalista Daniele Biacchessi che, attraverso canzoni e teatro civile, racconta storie di studenti, operai, partigiani, storie di omicidi rimasti impuniti, di giovani uccisi per le loro idee, storie di resistenza. Uno spettacolo che unisce l'arte del teatro alla poesia della canzone d'autore di Priviero e dei Gang, e a cui si potrà assistere domenica 26 agosto in località Colla del Termine a Quiliano (ore 16.30), in occasione dell'ultimo appuntamento della manifestazione "I Ribelli della Montagna".
Raggiunto in una pausa delle sessioni di registrazione del nuovo album, Massimo si è sottoposto con grande disponibilità e simpatia al fuoco di fila delle domande di questa intervista.



Massimo, finalmente torni a esibirti in provincia di Savona. Manchi da lungo tempo, la tua ultima apparizione risale a fine gennaio 2009 al circolo Raindogs. Ti ricordi di quell'occasione?

«Mi ricordo, il posto era particolare e il nome del locale una garanzia. Fu una bella serata. Poi, per mia scelta, suono poco nei locali italiani e dunque quando capita mi si fissa in testa».

A fine maggio hai pubblicato il tuo nuovo album, "Folkrock", insieme a Michele Gazich e in queste settimane hai girato l'Italia ottenendo unanimi consensi di pubblico e critica. A Quiliano, domenica 26 agosto, presenterai però, insieme ai fratelli Severini e a Daniele Biacchessi, "Storie dell'altra Italia" di cui è uscito a inizio gennaio uno splendido doppio cd live registrato alla Camera del Lavoro di Milano. Cosa puoi dirci di questo spettacolo?

«Con "Folkrock" stiamo facendo un bel viaggio e a ottobre riprenderemo il tour con la parte teatrale per chiudere a Milano il 18 novembre. Riguardo alle "Storie", sono un viaggio tra musica e teatro civile nella memoria del nostro paese. È un'esperienza diversa per me ma molto stimolante. Credo che abbiamo fatto ormai una trentina di date, con grande amore e con grande piacere di stare insieme. La memoria è come sai il modo migliore per leggere e trovare il nostro presente».

Come è nata la collaborazione con i Gang, gruppo la cui collocazione politica non è certamente un mistero?

«C'è da sempre una stima reciproca molto antica che va al di là dei distinguo politici. Amo la loro coerenza e molte loro canzoni. Poi considero Marino (Severini, ndr) una sorta di Woody Guthrie. Il suo impegno e il suo lavoro hanno il mio rispetto più grande».

Ti senti anche tu di sinistra?

«Sono un uomo di sinistra. Tuttavia, non comunista, per intenderci, visto il discorso che riporta alle "Storie". Sono molto più figlio di certo cristianesimo popolare e di certo socialismo. Per darti riferimenti storici ti direi Don Milani, Padre David Maria Turoldo da un lato e Sandro Pertini dall'altro. Ma chiaramente il discorso diventa intricato. Difficile dire oggi cosa vuol dire sinistra».

Lo spettacolo "Storie dell'altra Italia", canzoni come "Nikolajevka" o "La strada del Davai" e andando ancora più indietro ricordo "La storia di Jerry" evidenziano un tuo costante impegno sociale. Di denuncia in alcuni casi, di memoria e celebrazione in altri. Pensi che questo sia ancora oggi un compito fondamentale per un musicista?

«Lo è sempre nel momento in cui alcune storie ti toccano di più e si traducono in canzoni che scrivi. Per quel che mi riguarda mi considero sempre e comunque con la parte debole del mondo. E tante volte cerco di esserne la voce. Anche se poi odio ed evito le adunate musicali conformiste con presunti intenti sociali. Tanto più in Italia. Ma questo è un altro discorso».

A inizio anni Novanta cantavi "Nessuna resa mai". Sono passati più di vent'anni ma la canzone è più che mai attuale, non credi?

«Già... poi è rimasto un modo in cui molta della "mia gente" si identifica. Se ci pensi, "Nessuna Resa" era fondamentalmente una canzone d'amicizia. Ma l'idea di umana resistenza attraversa gran parte di quel che scrivo. L'altro giorno una persona mi ha scritto che si è presentata a un colloquio che riguardava perdita o meno del suo lavoro con su la t-shirt "nessuna resa mai" e che la cosa gli ha dato molta forza. Allo stesso modo, sapere che è accaduta una cosa del genere ha dato forza anche a me».

Torniamo a "Folkrock". Con questo album hai reso omaggio ai grandi della canzone americana. Quanto i vari Dylan, Springsteen e Cash hanno influenzato la tua carriera e la scelta di fare il musicista rock?

«È molto semplice. Quando hai 18-20 anni suoni canzoni che ami e che ti entrano dentro, prima di iniziare a scrivere le tue. Così accadde per me. Poi, durante il tuo viaggio queste canzoni ogni tanto rispuntano fuori e ti vien voglia di rifarle, di ribaltarle, di renderle in qualche modo tue. Poi, dopo tanti anni, decidi che le vuoi incidere. Così è stato per "Folkrock", come prima era stato con "Rock & Poems". Rimane un atto d'amore, prima di tutto. È un viaggio nel tempo che fai con te stesso e con chi viene ai concerti».

Si tratta, appunto, del tuo secondo disco di cover dopo l'ottimo e per certi versi sorprendente "Rock & Poems". Qual è stata la molla che ti ha spinto a cimentarti nuovamente su questo terreno?

«Proprio il fatto di sfidarsi una seconda volta a rimettere le mani su grandi classici. Misurarsi con loro e riviverli è un'esperienza splendida anche se molto difficile. In più, aggiungici un desiderio di condivisione con Gazich. Una condivisione pulita, molto "americana", che non misura il nome ma che procede emotivamente».

Questo nuovo viaggio nella canzone americano lo hai fatto, come dicevi, insieme a Michele Gazich, artista conosciuto e di notevole talento. Ci puoi raccontare chi è l'uomo Gazich?

«Michele è una persona molto dolce, con una fragilità poetica tutta sua e un grande bisogno di ricerca in se stesso. Mi era stato al fianco in tante occasioni, in tanti miei concerti. Stavamo provando e a un certo punto abbiamo iniziato a suonare alcune canzoni chitarra voce e violino. Dopo un po', eravamo in sala ad incidere "Folkrock"». 

Il 2012 ha ormai girato la boa ma nei prossimi mesi sembrano essere previste altre novità molto interessanti per i tuoi fans. Si dice che tu stia lavorando ad un album di inediti in uscita entro la fine dell'anno. A che punto sei e che cosa ci puoi anticipare?

«L'album di inediti è quasi pronto e uscirà però nella prima parte del 2013. Lo stiamo facendo con tanta energia e con parecchia emozione. Con molta forza e credo con poesia che scava fino in fondo. Difficile darti anticipazioni anche se il filo comune sarà l'idea del Sogno. Individuale, condiviso, sociale, perduto e cercato. Ci sarà la forza di chi continua a considerare l'esistenza come un qualcosa che va comunque vissuto fino in fondo».

Non hai mai nascosto di essere un fan di Springsteen. Le tue personali interpretazioni di "The Promised Land" su "Rock and Poems" e di "Thunder Road" su "Folkrock" esulano dalla semplice coverizzazione di questi brani. Le tue esecuzioni trasmettono amore e rispetto, sono veri atti di fede. Qual è il tuo rapporto con la produzione springsteeniana?

«Odio le coverizzazioni di Springsteen, ancor più se fatte da italiani. L'ho suonato raramente nei miei concerti, diversamente da quanto mi capita di suonare Dylan, per esempio. Tuttavia l'amore e il rispetto, come dici tu, sono assoluti. Insieme alla commozione che a volte mi capita di avere nel ritrovarlo, nell'avvicinarlo, nel sentirlo. Credo che il mio produttore e amico fraterno di vent'anni fa, Steven Van Zandt (lo storico chitarrista di Springsteen ha prodotto e arrangiato l’album "Nessuna resa mai" del 1990, ndr), che è anche il suo, condividerebbe questa impostazione».

Sei stato uno dei sessantamila che a giugno hanno assistito alla data milanese del "Wrecking Ball Tour". Ti è piaciuto il concerto di Springsteen?

«Assolutamente splendido, al di là di qualche problema acustico. Springsteen non va giudicato tanto per gli album, più o meno centrati, quanto per la meraviglia di quel che fa su un palco. Per l'emozione, per l'energia, per la commozione, per lo scambio continuo con la gente che è lì. Bruce dal vivo è una specie di miracolo, è l'essenza del rock'n'roll e della musica popolare senza confine. È la possibilità di veder cantare, ballare e sorridere insieme gente di sessantacinque anni e gente di venticinque. E non sto parlando di gente che normalmente ascolta il finto rock italiano che ci parla da una vita dei loro bar. Altra storia. Altro film. Altra classe».

Per finire Massimo, ti vorrei sottoporre a un gioco: le dieci domande secche.

- Spiaggia di sabbia o ciottoli? Scogliere della Bretagna e dell'Irlanda.
- Birra o vino? Vino bianco del nord-est italiano.
- Disco a 45 giri o a 33? 33 tutta la vita.
- Woody Guthrie o Pete Seeger? Woody. Ma son talmente legati che dovresti fonderli.
- Fragole con panna o fragole con cioccolato? Fragole con panna (grande passione).
- Oro o argento? Argento nei miei bracciali e una piccola catena d'oro per il mio collo. Con una piccola croce.
- Quercia o betulla? Quercia. Pensa alla copertina di "Folkrock".
- John Steinbeck o Jack Kerouac? Durissima. Li ho amati tanto entrambi. Forse in una scelta più razionale direi Steinbeck.
- Radio o televisione? Butterei entrambe per come sono oggi. Ascolto radio ogni tanto in macchina. E televisione per qualche film e qualche buona partita. Ma tutto molto poco. Per il resto, un uso spero intelligente di internet.
- Stato di New York o California? New York. Un pezzo d'America e un pezzo d'Europa insieme.





mercoledì 1 agosto 2012

Claudio Sanfilippo e "I paroll che fann volà"






Le canzoni di Claudio Sanfilippo hanno lasciato un segno importante nella storia della musica italiana. Brani del cantautore milanese sono stati portati al successo da Mina ("Stile libero" nell'album "Lochness" del 1992), da Eugenio Finardi ("Lucciola" nel disco "Occhi" del 1996), da Cristiano De André ("La notte di San Lorenzo" in "Sul confine" del 1995), da Pierangelo Bertoli ("Casual soppiatt swing" in "Canzone d'autore" del 1987), da Cecilia Chailly ("Oceano luce" in "Ama" del 2002) e da tanti altri. Vincitore nel 1996 della Targa Tenco con l'album d'esordio "Stile libero", Sanfilippo è un artista poliedrico. In questi anni ha pubblicato album interessanti ("Fotosensibile" del 2008 è il suo quinto disco), ha composto canzoni per bambini (alcune pubblicate nella collana dedicata a Geronimo Stilton), ha scritto libri (è del 2011 "Fedeli a San Siro").
Claudio Sanfilippo è stato anche uno degli ospiti dell'ottava edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana andata in scena dal 23 al 27 luglio. Insieme al giornalista Gianni Mura e a Enrico de Angelis, Sanfilippo ha parlato di tradizione, di cultura milanese e dell'album "I paroll che fann volà", uscito nel 2003 e cantato in dialetto milanese.
Sanfilippo, raggiunto pochi giorni dopo il Premio, si è raccontato in questa intervista e ha parlato dei prossimi impegni artistici.



Nei giorni scorsi sei stato protagonista a Loano di un incontro condotto da Enrico de Angelis e a cui ha partecipato anche Gianni Mura, giornalista e tuo concittadino. Un bel match dialettico che si è concluso con una partita a calcio balilla. Che impressione ti ha fatto questa iniziativa? 

«Molto buona, la scena della musica tradizionale italiana in questi ultimi anni è cresciuta, nonostante la misera attenzione dei media. Mi ha fatto molto piacere l'invito a partecipare, io faccio musica in senso trasversale, la mia proposta "tradizionale" è solo una parte della mia musica, ma la mia attenzione per questo genere è sempre alta... Bello anche il finale a calcio balilla con Gianni, per la cronaca il match è finito in parità ma non finisce qui...».

Sei sulle scene da oltre sei lustri, cosa è cambiato nella musica in questi anni? 

«Domanda impegnativa. In sintesi: non esiste più un oggetto che trasporta la musica, la vita del cd è stata breve, la rete genera molte opportunità e molta confusione. Il panorama è completamente diverso rispetto a dieci/quindici anni fa, oggi chiunque può accedere a un pubblico attraverso i social networks. Quello che manca è un criterio selettivo, l'overdose di musica sta abbassando la soglia dell'attenzione, ma credo che la rivoluzione digitale abbia in serbo parecchie sorprese che col tempo capiremo meglio, siamo solo agli inizi. Per me, in fondo, non è cambiato nulla, continuo a scrivere canzoni col medesimo spirito, e a cantare dal vivo con la mia chitarra».

Nel 2003 hai pubblicato un album di canzoni originali in dialetto milanese, "I paroll che fann volà". Che valore ha il dialetto nella musica attuale e in particolare nella tradizione milanese? 

«Difficile generalizzare, ogni dialetto ha una storia propria. Il valore è sempre nella musica, non è detto che un album di canzoni in dialetto sia un evento positivo solo per l'aspetto lessicale. Per il milanese il discorso è più delicato. Milano è l'unico luogo in Italia in cui il dialetto ha perso ogni contatto con la realtà quotidiana, da decenni per le strade della città è difficilissimo intercettare una battuta in dialetto. Credo di essere uno degli ultimi testimoni dell'idioma ambrosiano ma non è un merito, il milanese mi è piovuto in testa per caso e per forza, sono cresciuto in una famiglia dove mia madre, mia nonna e mia bisnonna - nata nel 1881 - parlavano in dialetto. Io ho avuto il merito di mettere in campo un'attenzione inconscia. Poi, nel tempo, ho approfondito i riferimenti letterari, di cui il milanese è ricchissimo, soprattutto in ambito poetico: Carlo Porta, Delio Tessa ma soprattutto Franco Loi che è un poeta immenso».

Quest'anno il Premio Città di Loano ha assegnano a Nanni Svampa il Premio alla Carriera. La canzone milanese è tornata protagonista? 

«Sono contento che il mio amico Nanni abbia avuto questo riconoscimento, il suo lavoro sulla canzone lombarda e il suo "Brassens" in milanese sono un patrimonio di valore assoluto. Dire che questo possa significare un ritorno alla canzone milanese da protagonista è un azzardo che mi piacerebbe pensare vincente».

Ti piace ancora Milano? 

«A Milano sono nato e cresciuto, il fatto di essere milanese è un destino al quale non posso sottrarmi. Milano è la mia radice, per questo le ragioni per continuare ad amarla resistono ma si tratta di un viaggio personale, legato alle evocazioni che incrociano la memoria e il sogno. Il mio percorso artistico non è legato alla cronaca, la mia natura mi porta a esplorare quello che non si vede, seguo l'insegnamento di Saint-Exupéry: l'essenziale è sempre l'invisibile».

Le grandi metropoli hanno cancellato l'identità geografica e culturale di vaste zone della penisola ma a una analisi mi sembra che il nord Italia sia meno legato alla tradizione popolare rispetto al sud. A confermare questo mio pensiero è il numero delle produzioni discografiche del sud Italia nettamente superiori, dal punto di vista numerico, rispetto a quelle del nord. Sei d'accordo? 

«Certo, è un fatto indiscutibile, d'altronde l'immigrazione dal sud verso le città del nord ha cambiato la geografia orale della nostra penisola da almeno quarant'anni. Milano, per citare un esempio a me vicino, è da decenni una città cosmopolita e lo sta diventando sempre di più. Al sud il dialetto è quasi sempre la lingua più parlata, al nord quasi mai. È un fenomeno che non dipende dalla volontà della gente del nord o del sud, è così e basta».

Rassegne come quella di Loano sono fondamentali per conservare la memoria e far conoscere la tradizione musicale italiana. I giovani vi partecipano sempre con grande curiosità e passione. Secondo te, in questo periodo la musica tradizionale può rappresentare un punto di riferimento e di stimolo per le giovani generazioni? 

«La musica tradizionale è un patrimonio che è bene valorizzare, è una ricchezza per tutti e per i giovani in modo particolare. L'Italia ha passato diversi decenni cercando di oscurare le proprie tradizioni, musicali e non, in nome di un tacito patto sociale che considerava la lingua nazionale un'icona ineludibile a garanzia di uno sviluppo culturale che non contemplava gli idiomi locali. Se guardiamo i dati di alfabetizzazione di qualche decennio fa è una tendenza che si può giustificare, ma per ogni cosa c'è un prezzo. L'identità culturale fa parte di quel prezzo. Oggi assistiamo a uno strano mix di pulsioni globalizzatrici, spesso indotte dai massimi sistemi, come il mito dell'Europa (e della sua valuta...) che si mescolano a spinte identitarie sempre più forti. Io non so dove stanno il bene e il male, so solo che se dal panettiere mi capita di scambiare due battute in milanese sono contento. E se la stessa cosa mi capita in Friuli o in Sicilia, idem».

Visto che abbiamo parlato di giovani, ti chiedo se hai un messaggio per loro. 

«Ah, questa è difficile. La cosa più importante forse è l'autenticità. Che ognuno trovi la forza e il coraggio di guardare le cose con lo sguardo nudo, aperto, pronto a seguire quello che arriva dal proprio profondo e non dalle sirene del mercato e del mondo ipercomunicato».

Nel corso della tua carriera quali sono stati gli incontri fatali, quelli che hanno segnato la tua musica? 

«Tanti, ne dimentico senz'altro qualcuno. Il primo imprinting è arrivato dalle canzoni degli anni Venti/Trenta che sentivo cantare in casa. Poi un 45 giri di Mina che cantava "La canzone di Marinella" di De André e "La Banda" di Chico Buarque. Poi Leonard Cohen e Dylan, De André, De Gregori, Conte, il primo Fossati, Jannacci, Gaber. Il jazz, tanto jazz, Bill Evans e Chet Baker su tutti. E poi gli incontri più fatali di tutti: Jobim, Joao Gilberto, James Taylor e Joni Mitchell. Potrei continuare... Invece, parlando dei musicisti con cui ho collaborato mi piace citarne due: Francesco Saverio Porciello e Rinaldo Donati».

Dici di non saper leggere il pentagramma e di non sapere i nomi degli accordi. Come nascono le tue canzoni? 

«Ho imparato a suonare copiando quelli più bravi di me. Ho sviluppato un mio modo di suonare e di scrivere, compongo cercando armonie particolari, a volte mettendo le dita sulle corde in modo casuale per sentire un impasto sonoro nel quale la melodia può nascere aperta e sorprendente. Di solito parto dalla musica e scrivo il testo in contemporanea, mi lascio scorrere. Partire da un testo definito mi mette in difficoltà. Può capitare invece che una frase particolarmente interessante, poetica, contenga un germoglio melodico che innesca la partenza. Insomma, la regola è una non regola, quello che accade veramente non lo so, sono sincero. Quello che mi interessa è sentire un brivido di piacere, sentire che quello che sto scrivendo ha senso».

Quali sono i tuoi progetti futuri? 

«Lo scorso inverno ho registrato un album di canzoni inedite, a parte un'interpretazione de "La canzone di Marinella", che si mescolano alle poesie di un amico marchigiano, Filippo Davòli, lette da Neri Marcorè. Spero e credo di vederlo pubblicato entro la fine del 2012. In autunno mi dedicherò a un album inciso dal vivo per chitarra e voce dove userò tutte le mie chitarre. Parallelamente continuo a scrivere libri, un anno fa è uscito "Fedeli a San Siro" (Mondadori), scritto con Tiziano Marelli, da qualche mese ho terminato una raccolta di racconti che mi auguro venga pubblicata nei prossimi mesi».

Infine per concludere le dieci domande secche…

- Cassoeula o tortellini? Cassoeula tutta la vita, sapendo però di avere davanti un camino e una poltrona.
- Chitarra a 6 o 12 corde? Sei corde, la dodici corde è una variabile gustosa, ma la sei corde è la compagna ideale.
- Venere o Stella Polare? Stella Polare, punto cospicuo. Più affine all'andar per mare.
- Marzapane o pandoro? Marzapane, la mia origine è per metà milanese (mia madre) e per metà siciliana (mio padre). Il marzapane mi riporta alla pasta di mandorla, che poi sarebbe più precisamente la pasta reale. E poi il pandoro se la gioca col panettone, che è uno dei miei dolci preferiti.
- Jogging o tennis? Tennis, correre è una rottura di balle, mi piacciono gli sport dove si gioca.
- Jim Croce o Phil Ochs? Jim Croce, a sedici anni mi sono tirato giù gli accordi di "Operator" e "Time in a bottle", due grandi canzoni.
- Navigli o via Montenapoleone? È un calcio di rigore: navigli.
- Azzurro o giallo? Azzurro.
- Corriere della Sera o Repubblica? Nessuno dei due, da anni non c'è un quotidiano che mi piace. Repubblica è stato un giornale molto bello fino a una ventina d'anni fa, oggi se proprio devo scegliere dico Corriere della Sera.
- Asfalto o sterrato? Sterrato.


Titolo: I paroll che fann volá
Artista: Claudio Sanfilippo
Etichetta: Maxime Productions
Anno di pubblicazione: 2004

Tracce

01. I paroll che fann volá
02. Avril
03. L'è lée la donna mia  [Zé Keti - Hortêncio Rocha; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
04. I tosànn de Porta Tosa (con Nanni Svampa)  [R. Pilar - A. de Carvalho; adatt. di C. Sanfilippo]
05. Pavesi detto "l'avocàtt"
06. Ninna nanna
07. Con l'anima averta
08. La cà senza la gent  [Tom Waits; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
09. La lüs  [poesia di Franco Loi; musica di Claudio Sanfilippo]
10. Lader de stell e de mar
11. Senzabrera
12. Rosada
13. Milan, Coppi, Güzzi e Alfa Romeo
14. Mett su'l cafè
15. Scighèra