mercoledì 1 agosto 2012

Claudio Sanfilippo e "I paroll che fann volà"






Le canzoni di Claudio Sanfilippo hanno lasciato un segno importante nella storia della musica italiana. Brani del cantautore milanese sono stati portati al successo da Mina ("Stile libero" nell'album "Lochness" del 1992), da Eugenio Finardi ("Lucciola" nel disco "Occhi" del 1996), da Cristiano De André ("La notte di San Lorenzo" in "Sul confine" del 1995), da Pierangelo Bertoli ("Casual soppiatt swing" in "Canzone d'autore" del 1987), da Cecilia Chailly ("Oceano luce" in "Ama" del 2002) e da tanti altri. Vincitore nel 1996 della Targa Tenco con l'album d'esordio "Stile libero", Sanfilippo è un artista poliedrico. In questi anni ha pubblicato album interessanti ("Fotosensibile" del 2008 è il suo quinto disco), ha composto canzoni per bambini (alcune pubblicate nella collana dedicata a Geronimo Stilton), ha scritto libri (è del 2011 "Fedeli a San Siro").
Claudio Sanfilippo è stato anche uno degli ospiti dell'ottava edizione del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana andata in scena dal 23 al 27 luglio. Insieme al giornalista Gianni Mura e a Enrico de Angelis, Sanfilippo ha parlato di tradizione, di cultura milanese e dell'album "I paroll che fann volà", uscito nel 2003 e cantato in dialetto milanese.
Sanfilippo, raggiunto pochi giorni dopo il Premio, si è raccontato in questa intervista e ha parlato dei prossimi impegni artistici.



Nei giorni scorsi sei stato protagonista a Loano di un incontro condotto da Enrico de Angelis e a cui ha partecipato anche Gianni Mura, giornalista e tuo concittadino. Un bel match dialettico che si è concluso con una partita a calcio balilla. Che impressione ti ha fatto questa iniziativa? 

«Molto buona, la scena della musica tradizionale italiana in questi ultimi anni è cresciuta, nonostante la misera attenzione dei media. Mi ha fatto molto piacere l'invito a partecipare, io faccio musica in senso trasversale, la mia proposta "tradizionale" è solo una parte della mia musica, ma la mia attenzione per questo genere è sempre alta... Bello anche il finale a calcio balilla con Gianni, per la cronaca il match è finito in parità ma non finisce qui...».

Sei sulle scene da oltre sei lustri, cosa è cambiato nella musica in questi anni? 

«Domanda impegnativa. In sintesi: non esiste più un oggetto che trasporta la musica, la vita del cd è stata breve, la rete genera molte opportunità e molta confusione. Il panorama è completamente diverso rispetto a dieci/quindici anni fa, oggi chiunque può accedere a un pubblico attraverso i social networks. Quello che manca è un criterio selettivo, l'overdose di musica sta abbassando la soglia dell'attenzione, ma credo che la rivoluzione digitale abbia in serbo parecchie sorprese che col tempo capiremo meglio, siamo solo agli inizi. Per me, in fondo, non è cambiato nulla, continuo a scrivere canzoni col medesimo spirito, e a cantare dal vivo con la mia chitarra».

Nel 2003 hai pubblicato un album di canzoni originali in dialetto milanese, "I paroll che fann volà". Che valore ha il dialetto nella musica attuale e in particolare nella tradizione milanese? 

«Difficile generalizzare, ogni dialetto ha una storia propria. Il valore è sempre nella musica, non è detto che un album di canzoni in dialetto sia un evento positivo solo per l'aspetto lessicale. Per il milanese il discorso è più delicato. Milano è l'unico luogo in Italia in cui il dialetto ha perso ogni contatto con la realtà quotidiana, da decenni per le strade della città è difficilissimo intercettare una battuta in dialetto. Credo di essere uno degli ultimi testimoni dell'idioma ambrosiano ma non è un merito, il milanese mi è piovuto in testa per caso e per forza, sono cresciuto in una famiglia dove mia madre, mia nonna e mia bisnonna - nata nel 1881 - parlavano in dialetto. Io ho avuto il merito di mettere in campo un'attenzione inconscia. Poi, nel tempo, ho approfondito i riferimenti letterari, di cui il milanese è ricchissimo, soprattutto in ambito poetico: Carlo Porta, Delio Tessa ma soprattutto Franco Loi che è un poeta immenso».

Quest'anno il Premio Città di Loano ha assegnano a Nanni Svampa il Premio alla Carriera. La canzone milanese è tornata protagonista? 

«Sono contento che il mio amico Nanni abbia avuto questo riconoscimento, il suo lavoro sulla canzone lombarda e il suo "Brassens" in milanese sono un patrimonio di valore assoluto. Dire che questo possa significare un ritorno alla canzone milanese da protagonista è un azzardo che mi piacerebbe pensare vincente».

Ti piace ancora Milano? 

«A Milano sono nato e cresciuto, il fatto di essere milanese è un destino al quale non posso sottrarmi. Milano è la mia radice, per questo le ragioni per continuare ad amarla resistono ma si tratta di un viaggio personale, legato alle evocazioni che incrociano la memoria e il sogno. Il mio percorso artistico non è legato alla cronaca, la mia natura mi porta a esplorare quello che non si vede, seguo l'insegnamento di Saint-Exupéry: l'essenziale è sempre l'invisibile».

Le grandi metropoli hanno cancellato l'identità geografica e culturale di vaste zone della penisola ma a una analisi mi sembra che il nord Italia sia meno legato alla tradizione popolare rispetto al sud. A confermare questo mio pensiero è il numero delle produzioni discografiche del sud Italia nettamente superiori, dal punto di vista numerico, rispetto a quelle del nord. Sei d'accordo? 

«Certo, è un fatto indiscutibile, d'altronde l'immigrazione dal sud verso le città del nord ha cambiato la geografia orale della nostra penisola da almeno quarant'anni. Milano, per citare un esempio a me vicino, è da decenni una città cosmopolita e lo sta diventando sempre di più. Al sud il dialetto è quasi sempre la lingua più parlata, al nord quasi mai. È un fenomeno che non dipende dalla volontà della gente del nord o del sud, è così e basta».

Rassegne come quella di Loano sono fondamentali per conservare la memoria e far conoscere la tradizione musicale italiana. I giovani vi partecipano sempre con grande curiosità e passione. Secondo te, in questo periodo la musica tradizionale può rappresentare un punto di riferimento e di stimolo per le giovani generazioni? 

«La musica tradizionale è un patrimonio che è bene valorizzare, è una ricchezza per tutti e per i giovani in modo particolare. L'Italia ha passato diversi decenni cercando di oscurare le proprie tradizioni, musicali e non, in nome di un tacito patto sociale che considerava la lingua nazionale un'icona ineludibile a garanzia di uno sviluppo culturale che non contemplava gli idiomi locali. Se guardiamo i dati di alfabetizzazione di qualche decennio fa è una tendenza che si può giustificare, ma per ogni cosa c'è un prezzo. L'identità culturale fa parte di quel prezzo. Oggi assistiamo a uno strano mix di pulsioni globalizzatrici, spesso indotte dai massimi sistemi, come il mito dell'Europa (e della sua valuta...) che si mescolano a spinte identitarie sempre più forti. Io non so dove stanno il bene e il male, so solo che se dal panettiere mi capita di scambiare due battute in milanese sono contento. E se la stessa cosa mi capita in Friuli o in Sicilia, idem».

Visto che abbiamo parlato di giovani, ti chiedo se hai un messaggio per loro. 

«Ah, questa è difficile. La cosa più importante forse è l'autenticità. Che ognuno trovi la forza e il coraggio di guardare le cose con lo sguardo nudo, aperto, pronto a seguire quello che arriva dal proprio profondo e non dalle sirene del mercato e del mondo ipercomunicato».

Nel corso della tua carriera quali sono stati gli incontri fatali, quelli che hanno segnato la tua musica? 

«Tanti, ne dimentico senz'altro qualcuno. Il primo imprinting è arrivato dalle canzoni degli anni Venti/Trenta che sentivo cantare in casa. Poi un 45 giri di Mina che cantava "La canzone di Marinella" di De André e "La Banda" di Chico Buarque. Poi Leonard Cohen e Dylan, De André, De Gregori, Conte, il primo Fossati, Jannacci, Gaber. Il jazz, tanto jazz, Bill Evans e Chet Baker su tutti. E poi gli incontri più fatali di tutti: Jobim, Joao Gilberto, James Taylor e Joni Mitchell. Potrei continuare... Invece, parlando dei musicisti con cui ho collaborato mi piace citarne due: Francesco Saverio Porciello e Rinaldo Donati».

Dici di non saper leggere il pentagramma e di non sapere i nomi degli accordi. Come nascono le tue canzoni? 

«Ho imparato a suonare copiando quelli più bravi di me. Ho sviluppato un mio modo di suonare e di scrivere, compongo cercando armonie particolari, a volte mettendo le dita sulle corde in modo casuale per sentire un impasto sonoro nel quale la melodia può nascere aperta e sorprendente. Di solito parto dalla musica e scrivo il testo in contemporanea, mi lascio scorrere. Partire da un testo definito mi mette in difficoltà. Può capitare invece che una frase particolarmente interessante, poetica, contenga un germoglio melodico che innesca la partenza. Insomma, la regola è una non regola, quello che accade veramente non lo so, sono sincero. Quello che mi interessa è sentire un brivido di piacere, sentire che quello che sto scrivendo ha senso».

Quali sono i tuoi progetti futuri? 

«Lo scorso inverno ho registrato un album di canzoni inedite, a parte un'interpretazione de "La canzone di Marinella", che si mescolano alle poesie di un amico marchigiano, Filippo Davòli, lette da Neri Marcorè. Spero e credo di vederlo pubblicato entro la fine del 2012. In autunno mi dedicherò a un album inciso dal vivo per chitarra e voce dove userò tutte le mie chitarre. Parallelamente continuo a scrivere libri, un anno fa è uscito "Fedeli a San Siro" (Mondadori), scritto con Tiziano Marelli, da qualche mese ho terminato una raccolta di racconti che mi auguro venga pubblicata nei prossimi mesi».

Infine per concludere le dieci domande secche…

- Cassoeula o tortellini? Cassoeula tutta la vita, sapendo però di avere davanti un camino e una poltrona.
- Chitarra a 6 o 12 corde? Sei corde, la dodici corde è una variabile gustosa, ma la sei corde è la compagna ideale.
- Venere o Stella Polare? Stella Polare, punto cospicuo. Più affine all'andar per mare.
- Marzapane o pandoro? Marzapane, la mia origine è per metà milanese (mia madre) e per metà siciliana (mio padre). Il marzapane mi riporta alla pasta di mandorla, che poi sarebbe più precisamente la pasta reale. E poi il pandoro se la gioca col panettone, che è uno dei miei dolci preferiti.
- Jogging o tennis? Tennis, correre è una rottura di balle, mi piacciono gli sport dove si gioca.
- Jim Croce o Phil Ochs? Jim Croce, a sedici anni mi sono tirato giù gli accordi di "Operator" e "Time in a bottle", due grandi canzoni.
- Navigli o via Montenapoleone? È un calcio di rigore: navigli.
- Azzurro o giallo? Azzurro.
- Corriere della Sera o Repubblica? Nessuno dei due, da anni non c'è un quotidiano che mi piace. Repubblica è stato un giornale molto bello fino a una ventina d'anni fa, oggi se proprio devo scegliere dico Corriere della Sera.
- Asfalto o sterrato? Sterrato.


Titolo: I paroll che fann volá
Artista: Claudio Sanfilippo
Etichetta: Maxime Productions
Anno di pubblicazione: 2004

Tracce

01. I paroll che fann volá
02. Avril
03. L'è lée la donna mia  [Zé Keti - Hortêncio Rocha; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
04. I tosànn de Porta Tosa (con Nanni Svampa)  [R. Pilar - A. de Carvalho; adatt. di C. Sanfilippo]
05. Pavesi detto "l'avocàtt"
06. Ninna nanna
07. Con l'anima averta
08. La cà senza la gent  [Tom Waits; adatt. in milanese di Claudio Sanfilippo]
09. La lüs  [poesia di Franco Loi; musica di Claudio Sanfilippo]
10. Lader de stell e de mar
11. Senzabrera
12. Rosada
13. Milan, Coppi, Güzzi e Alfa Romeo
14. Mett su'l cafè
15. Scighèra





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