giovedì 25 ottobre 2012

Cesare Carugi: "Caroline" e altre storie








Cesare Carugi è tornato on the road in occasione del suo Halloween Tour, mini tournée autunnale che farà tappa in due locali liguri tra i più frequentati dagli amanti della buona musica. Il 2 novembre il cantautore toscano, originario di Cecina, si esibirà a Il Banco a Zoagli, il giorno successivo farà visita all'oste Fabio Ricchebono nella sua Ostaia da-U Neo a Sestri Ponente. Eventi da non perdere perché Carugi ha convinto la critica con il suo disco d'esordio "Here's to the road", da tempo esaurito in versione fisica e a cui a breve farà seguito il secondo capitolo, e soprattutto il pubblico che lo segue con affetto. Influenzato dal sound americano della west coast e dalla country music, Carugi ha fatto gavetta suonando in decine di locali. Esperienze che hanno consentito al cantautore toscano di affinare la tecnica e sviluppare un personale modo di proporre la sua musica. Dopo l'Ep "Open 24 Hrs" che contiene sei brani - quattro canzoni originali (una proposta in duplice versione) e la cover di "Open All Night" di Bruce Springsteen - Carugi a fine 2011 ha dato alle stampe "Here's to the road", album che abbraccia più generi e che è stato impreziosito dalla partecipazione del cantautore americano Michael McDermott.
In vista dei due concerti liguri abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Cesare che ci ha partlato del suo nuovo disco, del mercato discografico italiano e dei migliori concerti dell'anno.




È passato un anno dall'uscita del tuo primo disco. "Here's to the Road" ha avuto un ottimo riscontro sia di critica che di vendite. Te lo aspettavi?


«Ero soddisfatto del lavoro svolto, sapevo che non avrebbe deluso i puristi. È stata invece una bella sorpresa ricevere critiche molto buone anche da parte di chi ha una visione più sofisticata della musica».


Visto che l'album in formato cd è ormai esaurito non ci resta che acquistarlo in mp3 oppure c'è speranza di una ristampa?

«
Il cd verrà ristampato prima di Natale, il mio primo EP "Open 24 Hrs" invece è fuori stampa ed è acquistabile solo in download sulle varie piattaforme internet - iTunes, Amazon, CdBaby e via dicendo - oppure acquistando una simpatica Download Card ai miei concerti, con un codice personalizzato, per scaricarlo ad un prezzo inferiore. Al momento non credo che ristamperò l'Ep, forse in un futuro prossimo, Maya permettendo».

In questi mesi sei stato impegnato in numerosi concerti in giro per l'Italia. Come è andata e che pubblico hai trovato sulla tua strada?

«È andata piuttosto bene. Ci sono state situazioni più caotiche, come in Piazza Prampolini a Reggio Emilia dove ho suonato davanti a 2.000 persone prima di Willie Nile, o più intime come nei locali dove ci sono molte meno persone ma anche molto più attente, che seguono l'esibizione in assoluto silenzio. Ecco, forse quelle sono le serate migliori, quelle che preferisco».


A questo punto tutti si aspettano che tu confermi quanto di buono hai espresso con "Here's to the Road". A che punto sei con le nuove canzoni?


«Comincerò le registrazioni del nuovo cd a breve, spero di averlo pronto in primavera. Saranno dodici brani, già selezionati tra un totale di 30 circa. Più blues e meno folk, più Tom Waits e meno Springsteen, più Louisiana e meno Arizona».

Negli States ma anche da noi si sta diffondendo la formula che prevede un concreto contributo da parte dei fan per la realizzazione del disco. Nel senso che sempre più spesso gli artisti aprono una sottoscrizione per raccogliere fondi per pagare le spese di produzione dell'album. È questo il futuro della musica indipendente?


«Al di là della crisi economica globale e delle ormai famigerate storie che girano intorno allo show business, direi che questo sarà parte del futuro della musica indipendente. Io ho scelto di fare questo ma non perché altrimenti non potrei pubblicare il nuovo cd, ma solo perché un aiuto da parte di chi apprezza la mia musica può essere fondamentale perché il cd risulti migliore, con la possibilità di investire in un apparato tecnico di qualità superiore e approfondirlo in termini di arrangiamento. Io personalmente ho contribuito alle sottoscrizioni di altri amici, ma non deve essere un peso o un obbligo, ma semplicemente un piacere. Se tutti quelli che conosciamo donassero 1 o 2 euro verrebbe fuori un gruzzolo niente male».

Passata la sbornia dell'arricchimento delle case discografiche la musica ritorna così al tempo dei mecenati. È secondo te un nuovo inizio per la musica?


«Non credo sia un nuovo inizio, ma un'alternativa valida e di sicuro ottimismo. In molti, anche i big, si sono staccati dalle majors per avere maggiore libertà artistica, anche se nel caso di quelli più famosi gli uffici stampa e annessi faranno il loro solito gran lavoro per tenerli sempre più in alto possibile. Le majors al momento sono in difficoltà, quindi puntano a rendere il prodotto ancora più "plastica da vendere al supermercato", roba che nel giro di qualche mese non esisterà più, avrà il boom all'inizio ma poi crollerà inesorabilmente. Distaccandosi da queste strategie di marketing si tiene il prodotto in vita molto di più».

Una grossa mano la dà sicuramente la tecnologia che ha abbassato i costi di registrazione e produzione. È così?


«Senz'altro, anche se la mano di un produttore vero innalza sempre la qualità del lavoro finito. Ci sono addirittura dei produttori che al momento sono anche più star dell'artista stesso. Non dico che siano abbassati nettamente i costi, ma c'è più scelta e meno pretese rispetto al passato, su come incidere un disco. Gli home-recorded sono aumentati a dismisura».


Anche tu hai aperto una sottoscrizione tra i fans?


«Sì, come ho già detto. Sta avendo un discreto successo e la cosa sarà importante per il cd e per le sue ambizioni. Ci sono ancora cinque mesi di tempo prima che la campagna scada, e a quel punto tirerò le somme e traccerò la giusta strada per il cd».


Se uno volesse contribuire cosa deve fare?

«
La sottoscrizione è aperta su Kapipal e basta avere una carta di credito o una prepagata, accedendo da Paypal. Il meccanismo è tutto in automatico, basta scegliere l'importo che si vuole donare e in cambio si riceveranno gadget, dischi e tante altre cose. Andate a vedere sul sito».

Neil Young in una recente intervista ha dichiarato che negli anni '60 la musica teneva insieme la cultura e che oggi è praticamente solo la tecnologia a farlo. Cosa ne pensi?

«
Può essere ma sinceramente è solo una questione di tempi che cambiano. Alla tecnologia che si evolve nessuno si può sottrarre, ma questo vale anche per il cinema, ad esempio. La mente adesso è sempre più digitalizzata, una cosa inevitabile. Quello che spaventa non è cosa tiene insieme la cultura ma la cultura stessa che, spiace dirlo, è sempre più materia opzionale nella vita».

Recentemente hai stilato una tua personale classifica dei concerti dell'anno. Se non sbaglio al primo posto hai messo l'esibizione di Tom Petty a Lucca, al secondo i Wilco e al terzo il concerto di Springsteen a Milano. Con poche parole ci descrivi questi tre eventi?


«Tom Petty & The Heartbreakers sono la quintessenza della musica rock, e da musicista è stata una gioia per le orecchie e per gli occhi. La perfezione musicale era su quel palco quella sera. I Wilco sono senza dubbio una delle migliori realtà, musicisti coi controattributi, canzoni bellissime, suoni unici. È un concerto a cui forse non parteciperei tutte le sere, perché è come un viaggio, una di quelle esperienze che spesso e volentieri devono rimanere sporadiche altrimenti si perde il gusto. Bruce Springsteen e il suo concerto-fiume di San Siro è senza dubbio stato una bella carica di adrenalina - da anni sognavo di sentire "The Promise" dal vivo - e difficilmente il Boss delude. Unico neo: la vecchia guardia della E Street Band ha mollato un po' il tiro, è diventato troppo un one man show, non ho carpito la vecchia alchimia dei concerti degli anni passati. L'età avanza anche per loro, tranne che per Bruce».


Oltre a essere un apprezzato cantautore sei anche una colonna portante dell'associazione culturale Roots Music Club di Ferrara. Da anni come associazione portate in Italia grandi nomi della canzone americana, avete quindi il polso della situazione. Puoi dirci qual è la salute del mercato della musica live in Italia?


«Non posso dire che sia preoccupante ma di certo è direttamente legata alla burocrazia, almeno in parte. Il che non è proprio di buon auspicio. Spesso manca la curiosità, la conoscenza, l'istigazione all'ascolto. C'è una pigrizia generale che crea molta amarezza e rabbia, al contrario in Germania e Olanda la live music resiste e porta grosse soddisfazioni anche a bassi livelli».

In Inghilterra è da poco entrato in vigore il Live Music Act, legge che permette ai pub e ai piccoli locali di proporre musica dal vivo senza più permessi speciali. Una vera rivoluzione che permetterà a 13 mila esercizi commerciali, questa la stima del governo inglese, di offrire concerti e che darà una ulteriore spinta a tutto il movimento artistico. In Italia, paese dalle mille complicazioni, invece a che punto siamo?


«Per l'Inghilterra è una gran bella cosa. In Italia siamo a un punto morto credo, non sono molto preparato sull'argomento ma c'è ancora troppa burocrazia, troppe carte, troppi adempimenti, quando a volte un bel falò risolverebbe parecchie cose e risolleverebbe un bel po' d'animi».


Vista la tua disponibilità ti sottopongo anche alle dieci domande secche. 


- Autostrada o strada provinciale? 
Tutte e due hanno il loro fascino. Dico autostrada dell'Arizona.

- Chicago o New York? 
Due città che conosco bene, amo e in cui ho molti amici. Dico Chicago d'estate e New York d'autunno.

- Vino o birra? 
Una Brooklyn Lager d'estate e una bottiglia di Sangiovese d'inverno, accompagnata da una bella polenta fumante.

- PC o Mac?
 PC, non mi sono ancora scervellato col Mac.

- Castagnaccio o torta di noci?
 Castagnaccio perché l'ho mangiato più spesso, anche se non ne vado matto.

- "Simple Twist of Fate" o "After the Gold Rush"?
 Per affetto dico "After the Gold Rush". Avesse il testo di "Simple Twist Of Fate" però...

- Nero o bianco?
 Nero, decisamente. Vedo meglio al buio.

- Elefante o giraffa? 
Giraffa, vede più in alto ed è rassicurante.

- Camicia o maglia?
 Camicia. Precisamente quella nera coi bottoni madreperlati che comprai a Nashville nel 2005.

- Luna o sole?
 Luna. Se fosse la "Blue Moon Of Kentucky" sarebbe il massimo.



Titolo: Here's to the road
Artista: Cesare Carugi
Etichetta: Roots Music Club
Anno di pubblicazione: 2012





sabato 20 ottobre 2012

La Black Widow lancia i Flower Flesh







L'autunno è ricco di interessanti novità discografiche. Non è da meno la provincia di Savona, arida per quanto riguarda le opportunità offerte di ascoltare musica dal vivo ma vivace dal punto di vista artistico. Dal ponente arrivano i Flower Flesh, gruppo di cinque elementi nato nel 2005 nella sala prove dell'associazione Mulino degli Artisti di Bardino Nuovo a Tovo San Giacomo, che in questi giorni hanno pubblicato, attraverso la casa discografica Black Widow di Genova, il loro primo disco dal titolo "Duck in the box". La rock progressive band è nata dall'idea del bassista pietrese Ivan Giribone e del tasterista ingauno Alberto "Mr. Apple" Sgarlato, ai quali si è unito in un primo momento il batterista Andrea "Bea" Fazio e successivamente il chitarrista Marco Olivieri e il cantante Daniel "D.E." Elvstrøm.
L'album è stato registrato nell'A.M. Studio di Alessandro Mazzitelli a Loano nel 2010 e stampato in autoproduzione in poche centinaia di copie. Le ottime recensioni apparse nei mesi successivi su diversi siti e magazine specializzati hanno convinto la Black Widow a dare fiducia al gruppo e a pubblicare ufficialmente il cd. Disco che sarà presentato giovedì 25 ottobre nella Casa dei Circoli in via Concordia 6 a Ceriale (ore 20.30). La serata, organizzata dall'associazione Compagnia dei Curiosi, sarà condotta da Alfredo Sgarlato.
Abbiamo avuto l'occasione di parlare con Alberto Sgarlato, tastierista e fondatore del gruppo, che racconta la nascita del disco e i progetti della band.




Sette anni di vita dei Flower Flesh ed ecco il vostro primo disco. Un gran bel risultato!

«L'importante è non volerlo considerare un traguardo ma un punto di partenza, che ci offra la visibilità necessaria per realizzare tantissimi altri progetti, sia in studio che dal vivo».

Disco che tra l'altro avete registrato ben due anni fa. Ci racconti la storia di questo album?

«La gestazione è stata sicuramente lunga anche perché purtroppo nessuno di noi campa di musica, cosa che in Italia se non sei un grande nome sostenuto dalle majors, dalla tv o dai reality show è diventato pressocché impossibile. Gli impegni di lavoro, di famiglia, etc. ci hanno un po' allontanato dal seguire la realizzazione e la promozione dell'album come avremmo voluto. Tutto però è avvenuto con calma, senza fretta, in modo molto meditato e siamo davvero soddisfatti del risultato finale».

È un bel colpo venire lanciati da una casa discografica come la Black Widow che ha sempre sfornato prodotti molto curati. Si aprono mercati internazionali che forse non immaginavate neppure quando avete registrato le canzoni...

«Per noi sentire i soci della Black Widow dire che il nostro era un buon prodotto e che poteva trovare spazio nel loro catalogo è stato come un sogno che si realizzava! La casa discografica ci sta offrendo un eccellente supporto, ha già fatto uscire la pubblicità dell'album su "Progression", la più autorevole rivista americana specializzata in progressive rock, e su "Prog UK", un periodico inglese che, grazie al fatto di essere scritto in una lingua ormai conosciuta un po' ovunque, è molto letto in tutto il nord Europa, dalla Germania ai paesi scandinavi. Ovviamente noi ci auguriamo di poter sfruttare la scia di questa conquistata visibilità per effettuare anche delle date dal vivo in qualche nazione estera».

Dove si può acquistare il disco?

«Il cd "Duck in the box" si può ordinare sul sito della casa discografica, www.blackwidow.it, si può trovare nel negozio di via del Campo 6r a Genova e si può ordinare anche al proprio negozio di dischi di fiducia. Nei principali record stores di alcune grandi città italiane ed europee c'è già. Da novembre sarà disponibile anche il download digitale, su iTunes e su Amazon, le due più importanti piattaforme di vendita musicale oggi disponibili sul web».

È prevista anche una versione in vinile?

«Ci sarebbe piaciuto tanto, anche perché tra i collezionisti la passione per i solchi del "discone nero" non muore mai e tra chi ama davvero la musica il vinile gode ancora di un ottimo mercato. Ne abbiamo parlato a lungo, con gli amici di Black Widow, per decidere se era il caso di pubblicare il 33 giri o meno, anche perché la durata dell'album, circa 43 minuti, sarebbe perfetta per essere suddivisa sulle due facciate. Ma il vinile purtroppo ha dei costi di realizzazione che non sono quelli del cd e alla fine abbiamo convenuto che per il debutto di una band ancora poco nota lanciare sul mercato un vinile sarebbe stato un po' un salto nel buio. Non è da escludere l'ipotesi che, se questo primo lavoro andasse bene, la seconda ristampa potrebbe uscire anche su 33 giri. O magari ne parleremo per il secondo album, sempre in base al riscontro di pubblico del primo disco e dei live».

Il vostro lavoro si colloca nel grande contenitore del progressive rock. Chi sono i vostri "padrini" artistici.

«Difficile dirlo, anche perché tutti noi cinque Flower Flesh abbiamo gusti molto vari e molto diversi e, nel momento in cui siamo nati come band, non abbiamo detto ‹fondiamo una prog-band› o ‹scriviamo dei brani di prog-rock›. Abbiamo soltanto deciso: ‹smettiamola di suonare come le classiche cover band da pub e cerchiamo di realizzare qualcosa di nostro›. Evidentemente, nel background di ognuno di noi, il prog-rock era poi il fil rouge che ci legava nel modo più forte».

Andiamo più a fondo nell'analisi di questo lavoro. Come sono nate le canzoni? 

«Le nostre canzoni partono sempre dal cuore. Quando sviluppiamo un'idea in sala prove la prima cosa che ci sta a cuore è la presenza di una bella melodia, un qualcosa che entri in chi la ascolta. Questo, purtroppo, è un aspetto che oggi si è un po' perso nel mondo del progressive rock. Numerose band puntano sulla dilatazione spesso inutile dei brani, sui lunghi assoli, sul virtuosismo, quasi per sbattere in faccia all'ascoltatore ‹ma quanto siamo bravi›. A noi tutto questo non interessa, cerchiamo formule, pur nell'ambito del genere, più dirette, più immediate e più moderne. Il nostro obiettivo è quello di costruire una musica che sia intelligente, che esca dagli schemi della canzoncina pop da tre accordi ma che non perda le sue radici canticchiabili».

Come vi siete divisi i compiti?

«Non esiste un leader o una figura guida della band e tutti i Flower Flesh pesano, ciascuno per il suo 20%, sul risultato finale. Certi brani sono stati costruiti lavorando tutti insieme su un giro di basso di Ivan, altri su una melodia vocale di D.E., il nostro cantante, altre volte io o Marco, il chitarrista, portavamo un giro di accordi, o un arpeggio, e ci si lavorava tutti insieme. E poi c'è un gran lavoro di "editing" di Andrea, il nostro batterista. Talvolta prende un tema costruito da uno di noi, ne cambia tutti gli accenti e la scansione ritmica, e il brano già cambia faccia. Oppure ascolta un'idea e dice: ‹la parte che arriva dopo le prime 8 misure in realtà starebbe meglio prima› e con questi interventi il tutto prende forma».

Quando avete capito che era arrivato il momento di fissare su cd la vostra musica?

«In realtà il sogno di qualsiasi musicista che prova a realizzare qualcosa di suo è quello di farlo sentire al di fuori della propria sala prove, proponendolo dal vivo e su disco. Suonare per se stessi diventa presto molto frustrante».

Perché avete scelto questo titolo curioso?

«Io personalmente detesto le band che intitolano un album semplicemente con il loro nome o con il titolo di una delle canzoni presenti, la trovo una trascuratezza, una mancanza di fantasia e, persino, di rispetto per l'ascoltatore. Così ho chiesto agli altri componenti della band che decidessimo un titolo per l'album. E siamo impazziti tutti a cercare una frase che ben rispecchiasse un certo mood presente in tutte le canzoni dell'album. I nostri testi, in parte scritti dal cantante D.E., in parte dal nostro ex cantante e paroliere Eugenio, detto Meo, in parte anche da me, sono molto figli del nostro tempo, riflettono i mali della nostra società, la difficoltà nei rapporti umani, l'isolamento, la crisi, le guerre. Così cercavamo qualcosa che riassumesse tutto ciò. Poi, quando abbiamo fatto la seduta fotografica con i nostri cinque ritratti per il libretto del cd, Ivan è arrivato tutto trafelato, con una scatola in mano, e ci ha detto: ‹Scusate il ritardo, ma in autostrada mi son dovuto fermare a salvare questo›, e dalla scatola di colpo è spuntato un papero vivo! Lo abbiamo liberato lungo il torrente che costeggia la nostra sala prove, è tornato nel suo habitat naturale, e abbiamo deciso che questo era un segno del destino! Il nostro album si sarebbe chiamato "Duck in the box". In fondo, chi cerca di fare prog-rock in mezzo alle proposte del music business di oggi si sente un po' impaurito e schiacciato come un papero in una scatola, quindi va bene!».

Il progressive è uno dei generi musicali che ancora oggi può contare su uno zoccolo duro di appassionati. Quanto è ancora attuale il messaggio del prog?

«Oggi come oggi c'è ancora chi suona il rockabilly degli anni '50, chi il country, chi il punk, chi l'hard rock. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo, quindi non c'è niente di male a "coccolare" i gusti di chi ama un certo genere di musica, qualsiasi esso sia. L'importante è farlo con sincerità, credendoci, e sapere di avere qualcosa da dire per percorrere, pur su terreni già battuti, una via personale, senza scimmiottare pedissequamente un modello di riferimento, altrimenti tanto vale metter su una tribute band».

Avete in programma un tour per promuovere il disco?

«Ci piacerebbe, ma non essendo la musica l'impegno primario della nostra vita non ne avremmo il tempo. Più che un vero e proprio tour si tratterà di tante singole date qua e là. Esiste ancora, in Italia in primis, ma anche in tutta l'Europa e in tutto il mondo, un eccellente e vivace circuito di locali che danno ampio spazio al prog-rock e di festival dedicati al genere. Stiamo cercando di prendere contatti con tutte queste realtà per portare le nostre canzoni dal vivo nel modo più capillare possibile».



Titolo: Duck in the box
Gruppo: Flower Flesh
Produttore: Alessandro Mazzitelli
Etichetta: Black Widow
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(musiche di Flower Flesh)

01. Falling in another dimension  [testo Daniel Elvstrøm]
02. My gladness after the sadness  [testo Daniel Elvstrøm]
03. It will be the end  [testo Eugenio Mariotti]
04.God is evil (like the devil)  [testo Daniel Elvstrøm]
05. The race of my life  [testo Daniel Elvstrøm]
      1) Warm up
      2) First in the race
      3) Stop'n'go
      4) Tra il fuoco ed il vento
      5) First in the race again
06. Antarctica  [testo Eugenio Mariotti]
07. Scream and die  [testo Alberto Sgarlato]


video


martedì 16 ottobre 2012

L'esordio discografico di Stefano Ronchi





Si intitola "I'm ready" l'album d'esordio di Stefano Ronchi. Il trentenne chitarrista e cantante blues genovese, nonché membro degli Almalibre che insieme a Zibba hanno vinto la Targa Tenco 2012 per il miglior album, presenterà ufficialmente l'atteso lavoro solista il 19 ottobre nella sala concerti de La Claque a Genova (ore 22). Laureato in Storia della Musica alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova e diplomato in chitarra jazz al Conservatorio Niccolò Paganini, Ronchi dopo aver accompagnato artisti pop e personaggi della televisione come Umberto Smaila ha trovato nel blues di Chicago la sua fonte di ispirazione. Il disco è un omaggio ma anche una personale rilettura di questo genere sempre affascinante e attuale.
Ospiti della serata genovese saranno Zibba, Meri Maroutian, Marcello Picchioni e il violinista Fabio Biale, anche lui membro degli Almalibre e prossimo al debutto solista.
In anteprima abbiamo parlato con Ronchi che in questa intervista ha descritto il suo disco e raccontato la sua carriera musicale.




A La Claque presenterai ufficialmente il tuo primo album. Cosa ci puoi dire di questo disco? 

«"I'm ready" è il mio primo disco solista. Rappresenta una vera e propria svolta per me, sia musicale che personale. Dal punto di vista musicale è il mio omaggio alla musica che amo, il blues, soprattutto quello che si suona dalle parti di Chicago, città che oso definire la mia seconda casa, da quanto amo andarci! Frequentare quei locali e avere la possibilità di esibirsi con al fianco alcune delle leggende di questa musica - Lurrie Bell, Billy Branch e molti altri - è stata un'esperienza talmente forte che appena tornato in Italia non solo ho cambiato modo di suonare la chitarra, ma ho anche deciso di tagliare i ponti con il resto e dedicarmi esclusivamente a questa musica e a registrarne un disco. In realtà non ho abbandonato proprio tutto ma la decisione forte è stata quella di dare finalmente una precedenza nella mia vita. In questo caso l'ha avuta il blues. Il disco contiene 11 tracce, la maggior parte delle quali sono di mia composizione. Scrivere dei blues è sempre stata una mia prerogativa, non amo fare cover, a meno che non siano davvero significative ed emozionanti, prima di tutto per me. In questo ambito quella a cui sono più legato è "Born under a bad sign", è uno dei brani più significativi di Albert King, mio chitarrista e bluesman preferito; ma devo dire che la cover che mi ha dato più soddisfazione è "Ain't no love in the heart of the city", brano di Bobby Bland, reso ancora più celebre dagli Whitesnake, e che l'arrangiamento sapiente di Stefano Cecchi (bassista e arrangiatore del disco, ndr) e i violini di Fabio Biale hanno reso ancora più struggente. Non ultima anche la voce di Zibba che ha centrato in pieno il mood malinconico del brano. Il 19 ottobre ci sarà la presentazione ufficiale a La Claque e nell'occasione registreremo anche un DVD, spero quindi che partecipi tanta gente! Sarà una bellissima serata di blues. Sono già emozionato adesso».

Per chi non ti conosce chi è Stefano Ronchi? 

«Dunque, chi è Stefano Ronchi...il curriculum è facilmente leggibile su internet, quindi vi dico qualcosa di un pochino più segreto. Stefano Ronchi è di sicuro una persona che ha dedicato tutta la sua vita alla musica. Ho sempre creduto ciecamente di potercela fare a trovarmi un mio spazietto, perché aver ricevuto in dono del talento senza avere la possibilità di esprimerlo e di "farlo arrivare" alla gente sarebbe stato troppo ingiusto! Quindi continuo a crederci e a fare del mio meglio. Non ho mai snobbato nulla, continuo ad ascoltare e suonare con piacere qualunque cosa, basta sia suonata bene. Poi ovviamente se è blues sono ancora più contento. Ultimamente sono molti quelli che mi dicono di riconoscere il mio stile ed è sicuramente il complimento più bello che un musicista possa ricevere. Può piacere come no ma è il risultato di ascolti ed esperienze davvero variegate, ed è parte di me. Forse se mi fossi appassionato prima al blues le cose sarebbero andate diversamente e con questo intendo molto meglio, ma anche molto peggio... chissà».

Come ti sei avvicinato alla musica? 

«La musica in casa mia c'è sempre stata; mio nonno in particolare era un grande appassionato di lirica e possedeva una collezione infinita di vinili di opere che fortunatamente ho ereditato. A tentare la dura vita del musicista invece sono il primo. Ho iniziato alle elementari, frequentando lezioni pomeridiane di pianoforte classico; dopo qualche anno ho deciso di cambiare strumento, indeciso tra chitarra e sax tenore: alla fine ho scelto chitarra. Le prime lezioni con Don Antonio all'oratorio, e poi non mi sono più fermato e non penso lo farò mai».

Quali sono stati gli artisti che ti hanno trasmesso la passione per la musica?

«All'inizio la passione non era trasmessa da artisti ma da canzoni. Sentivo alla radio o nelle cassette degli amici qualche canzone che mi piaceva e così via. L'approfondimento sugli artisti è venuto molto dopo. Mi è molto difficile rispondere a questa domanda, perché in realtà la passione non me l'ha trasmessa nessuno, ci sono nato. Non so se è un bene o un male ma è così. Se mai posso ringraziare artisti e maestri che più che la passione mi hanno trasmesso curiosità, voglia di approfondire. In questo senso devo assolutamente ringraziare i tre insegnanti e grandissimi musicisti che più mi hanno dato in questi anni: Robben Ford, Alessio Menconi e Alberto Malnati».

Quando hai capito che la musica poteva diventare il tuo mestiere? 

«L'altra grande passione che ho sempre avuto, fin da piccolo, sono gli aerei militari. Se non avessi impostato la mia vita sulla musica sarei andato immediatamente in Accademia Aeronautica. Nonostante una certa confusione e disordine che fanno parte della mia personalità, posso definirmi una persona estremamente disciplinata. Non a caso il mio hobby preferito sono le arti marziali, Goshin-Do nel mio caso. Quindi in ambito militare probabilmente ci sarei stato anche bene. Ma la musica ha sempre vinto, sono contento delle mie scelte anche se spesso sono costate sacrifici, fatiche, con non pochi ripensamenti e momenti di sconforto... come direbbe un noto chitarrista genovese: anche questo è blues».

Stefano, a buon diritto sei entrato a far parte della prolifica scena ligure ma il tuo sguardo punta oltre oceano. Sei un genovese che suona blues. 

«Ebbene si, sono un genovese che suona il blues! In realtà la cosa non mi stupisce più di tanto. La nostra città ha l'arte nel Dna e la sua storia è colma di musicisti incredibili. Anche tra i giovanissimi ci sono tanti talenti pazzeschi; l'unica cosa che mi auguro sempre è che diventino musicisti e non strumentisti, il che comporta anche una bella dose di umiltà e di facciate. Chi non è disposto a prenderle, chi nasce con giacca e cravatta dubito che arriverà lontano. Io le mie super facciate le ho prese e continuo a prenderle ogni tanto, quelle più forti fanno in effetti un po' vacillare ma nel mio caso riguardano più spesso le persone, piuttosto che i musicisti. La mia fortuna è quella di avere anche in cambio tantissime soddisfazioni che mantengono equilibrato il mio percorso. Come ti dicevo prima, è stata l'esperienza oltreoceano a farmi cambiare direzione; la vita musicale e le esperienze che si possono fare oltre i nostri confini per noi sono ancora fuori portata. Bisogna solo affrontarle con la giusta umiltà per farle rendere al massimo, altrimenti restano bei momenti ma scivolano addosso come tante altre cose». 

Naturalmente il tuo strumento è la chitarra. Quali sono le tue preferite? 

«A me piacciono tutte le chitarre. Potessi me ne comprerei un mare. Cambio molto spesso gusti, fraseggi, modi, ecc... quindi di conseguenza cambio spesso anche strumenti, in base alle nuove esigenze. Ne ho avute davvero di tutti i tipi, dalle Danelectro stile anni 50 alla Flying V. Pochissime sono le "invendibili", quelle che rimarranno per sempre: una Ibanez modello Joe Satriani, è stata la mia prima chitarra elettrica quando andavo alle medie ma non la uso più da almeno 10 anni, una Fender Telecaster bianca autografata con le firme dei grandi musicisti con cui ho avuto il piacere e l'onore di suonare o condividere il palco come The Blues Brothers, Mary Lane, Lurrie Bell, James Wheeler e molti altri. E infine una splendida Gibson ES 120 del 1963 comprata a Chicago: è la meravigliosa chitarra che si vede nella copertina del mio disco». 

Dal 2011 fai parte anche degli Almalibre, gruppo che accompagna Zibba. Come vivi questa nuova esperienza? 

«Suonare con gli Almalibre per me è stata la salvezza. Innanzitutto perché ho conosciuto musicisti di grandissimo talento dai quali ho potuto imparare tantissimo. Sono arrivato a suonare su palchi prestigiosi, in tutta Italia, che per me sarebbero stati inarrivabili, come il Blue Note, l'Auditorium della Musica di Roma e tantissimi altri. Entrare in un progetto così importante mi ha dato anche molta visibilità ma soprattutto la cosa più importante è che non ho dovuto snaturarmi; negli Almalibre suono esattamente come suonerei da solo, i miei gusti si incrociano perfettamente con quelli di Zibba, il che rende ancora più piacevole questa esperienza. Non da meno il fatto che quasi tutta la band degli Almalibre è presente nel mio disco: Stefano Cecchi, che ha curato le registrazioni, gli arrangiamenti e le parti di basso, Fabio Biale al violino, Stefano Riggi al sax e lo stesso Zibba, che ha cantato in un brano. A loro si aggiungono Marco Fuliano alla batteria, Fabio "Kid" Bommarito all'armonica, Marcello Picchioni al piano, Valter Trentini chitarra e voce e due persone a me molto care: Meri Maroutian (voce) che è anche la mia compagna nella vita, e mio fratello maggiore acquisito nonché pianista di fiducia Max Vigilante». 

Quali sono i tuoi progetti futuri? 

«Al momento sono super concentrato sulla mia carriera nel blues. Porto in giro, sia in solo acustico che con la band, i miei brani e il mio modo di interpretare questa musica meravigliosa. Oltre a questo seguo il mondo Almalibre. Al di fuori del palco insegno chitarra in diverse scuole, e mi sono recentemente iscritto al Conservatorio per prendermi il mio secondo diploma. Come dire, senza musica non riesco a stare».

Qual è stato il tuo ultimo concerto da spettatore e quale il tuo ultimo disco acquistato? 

«L'ultimo concerto da spettatore è stato quello di Angelo Leadbelly Rossi, grandissimo bluesman italiano, all'Ostaia da U Neo a Sestri Ponente. Ascoltare lui è come farsi un dose di blues autentico, con la A maiuscola. Il locale si trasforma magicamente in un campo di cotone. Ultimo cd acquistato "Perpeual flame" di Yngwie Malmsteen, da un estremo all'altro». 


Per concludere ti sottopongo al gioco delle dieci domande secche... 
- Robert Johnson o John Mayall? Robert Johnson tutta la vita.
- Cima alla genovese o pasta al pesto? Pasta al pesto.
- Gazzetta dello Sport o Corriere della Sera? Gazzetta, ma solo perché ce l'ho sotto il naso la mattina al bar e comunque salto tutte le pagine che parlano di calcio.
- "La stranezza è nella mente di chi la percepisce" (Asimov) o "Genio e follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri" (Schopenhauer)? La seconda, più accessibile.
- Renault o Fiat? Direi Fiat visto che la mia Punto mi accompagna fedelmente e con efficacia da bene 171.800 chilometri. Tocchiamo ferro... Però la mia macchina preferita, quella che mi porterò sempre nel cuore è il Renault 5 GT Turbo.
- Genoa o Sampdoria? Come dicevo prima non mi frega niente del calcio, ma tra le due simpatizzo
Genoa.
- Nave o aereo? Aereo, anche se patisco un pochino. Sulla nave mi rompo le scatole ma non
patisco nemmeno il mare forza tsunami.
- Civetta o rondine? Civetta, vivo di notte anche io.
- Plettro o thumbpick? Non uso plettri, suono con le dita ma tra i due preferisco il thumbpick, lo
uso ogni tanto con l'acustica per suonare dei ragtime.
- Aranciata o Coca Cola? Facciamo birra!


Titolo: I'm ready
Artista: Stefano Ronchi
Etichetta: autoproduzione
Anno di pubblicazione: 2012




martedì 9 ottobre 2012

La Sicilia di Mario Incudine cantata in "Italia talìa"







Il cantautore siciliano Mario Incudine è uno dei più apprezzati interpreti della world music italiana. Impegnato anche in teatro, nonché compositore di colonne sonore e componente del laboratorio di Etnomusicologia dell'istituto di Storia della Musica dell'Università di Palermo, il 'cuntastorie' ennese è tornato in strada per presentare il suo nuovo album dal titolo "Italia talìa". Dopo aver celebrato Giuseppe Garibaldi con il disco "Beddu Garibbardi" e ottenuto il giusto riconoscimento da parte della critica per il progetto "Anime Migranti", Incudine affronta con queste tredici nuove canzoni i drammi e i problemi della società di oggi e nel contempo sprona gli italiani a risollevarsi e a ritrovare la voglia di fare. È un disco di grande impego politico e sociale che tratta i temi caldi del nostro tempo e che ha conquistato la nomination alla Targa Tenco 2012 nella categoria dischi in dialetto.
Abbiamo avuto il piacere di apprezzare Mario Incudine nel corso di uno dei tanti incontri che si sono tenuti a fine luglio a Loano nell'ambito del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana. Siamo rimasti in contatto e nei giorni scorsi si è presentata l'occasione per fare il punto sul nuovo album, sulla Sicilia e sulla musica italiana.




"Italia talìa", il titolo del tuo ultimo album è un enigma. Cosa significa e qual è il messaggio del disco?

«Letteralmente significa 'Italia guarda', ma il messaggio è più articolato. 'Taliare' in siciliano ha anche l’accezione di meravigliarsi. Il disco è un invito che la Sicilia - quella autentica, quella dei giovani che hanno deciso di rimanervi - fa all'Italia, un grido per accendere un faro su quest'isola e guardarla con altri occhi rispetto all'immagine stereotipata che tanta fiction ha divulgato. C'è insomma in questo cd un'altra Sicilia che va scoperta, quella che lotta, che si alza al mattino per riacquistare una dignità perduta, per riscrivere una storia e per creare le condizioni affinché si possa vivere bene e non essere costretti a emigrare. Ovviamente l'invito vale anche per i siciliani, perché anche loro possano guardarsi attorno, possano 'taliare' per meravigliarsi di quello che hanno sotto gli occhi e non lamentarsi più in maniera sterile. È un invito a rimboccarsi le mani e lavorare per il risveglio collettivo. Il mio disco è anche un atto d'amore per una terra che nasconde tante risorse, che è ogni giorno terra d'amore e speranza ma che quasi sempre non riusciamo ad apprezzare, come se la vista ci si annebbiasse. Vorrei quindi che queste canzoni servissero a questo, ad aprire porte, spiragli, nuovi orizzonti, a diradare la nebbia dalle nostre menti e farci innamorare di quello che abbiamo sotto gli occhi».

Il tuo disco è una porta aperta non solo sulla cultura siciliana ma su tutto il Mediterraneo. Nelle canzoni è facile riconoscere echi balcanici e ritmi arabeggianti, il tutto legato alla tradizione cantautorale italiana. Come è nato questo tuo album?

«Ho avuto due guide straordinarie, Kaballà (musicista catanese al secolo Giuseppe Rinaldi, ndr) e Mario Saroglia. Il primo, autore raffinato, cantautore riconosciuto come una delle più belle penne d'Italia, è riuscito a tirare fuori l'anima dei testi. Quando si parla di certi argomenti è facile cadere nella retorica. Grazie a lui e alla sua guida sono riuscito ad allontanarmi da questo pericolo trattando temi scottanti da nuove prospettive, usando chiavi di lettura originali e utilizzando uno stile a metà tra il 'cuntastorie' e il cantautore. Musicalmente il mio sentire più tradizionale e mediterraneo ha trovato sfogo in una visione più world con gli arrangiamenti di Saroglia che hanno spostato il disco da una dimensione più siciliocentrica a un'altra più internazionale con sonorità che abbracciano il Maghreb e i Balcani passando per l'Irlanda e l'America del sud. D'altra parte, la musica siciliana è una sorta di puzzle frutto di tutti i pezzi delle varie etnie che si sono stratificate nell'isola nel corso dei secoli. Quindi anche se il disco suona con una lingua internazionale ha entrambi i piedi piantati in Sicilia».

Nelle tue canzoni affronti temi scottanti: dall'aggressione mafiosa ai taglieggiatori del pizzo, dalla politica corrotta alla crisi del lavoro. È un disco di denuncia ma il ritmo vivace delle canzoni comunica la tua speranza di riscatto...

«Volevo trattare argomenti importanti senza però avere il peso della malinconia, in modo che agli ascoltatori non rimanesse solo l'amaro in bocca ma anche la sensazione di una grande voglia di rivalsa e riscatto. Il ritmo vivace è tutto quel sangue che ribolle in ogni siciliano. In mezzo a una crisi sociale e di valori ci sta una grande voglia di cambiamento, con il sorriso, con il ballo talvolta liberatorio, con la gioia di vivere nonostante tutto».

Altro tema a te molto caro è quello dei migranti. La Sicilia è sempre stata terra di emigrazione ma recentemente anche di accoglienza. Ne parli anche nel nuovo disco con il brano "Salina". Come vivono i siciliani questa nuova situazione?

«Noi siciliani abbiamo la migrazione nel dna: siamo stati migranti per secoli e lo siamo ancora, quindi sappiamo bene cosa significa subire atti di violenza razziale, discriminazioni e avere le porte sbattute in faccia. Proprio per questi motivi la Sicilia è una terra che sa accogliere, basti pensare che hanno proposto Lampedusa per il Nobel per la pace, perché tutti i suoi abitanti ogni giorno trasformano quell'isola meravigliosa in una grande casa dove chi arriva trova amore e solidarietà. Dobbiamo solo capire ancora come gestire la presenza di questi fratelli che arrivano così numerosi, avendo consapevolezza che potrebbero essere una grande risorsa per il nostro paese, così come noi poco meno di cinquant'anni fa lo siamo stati per l'America, il Belgio, la Germania e il nord Italia».

La canzone "Lassa e passa" ti vede impegnato insieme a Nino Frassica. Come è nata questa collaborazione?

«Con Nino siamo molto amici da anni e ci lega un affetto vero. Volevo un pezzo che potesse avere quell'ironia pungente e intelligente per denunciare con il sorriso fatti vergognosamente eclatanti e allora ho chiesto a Nino - che in questo è un gran maestro - di coadiuvarmi sia nella scrittura del testo che nell'esecuzione del brano. Mario Saroglia ha messo la musica ed è uscito fuori questo brano che mette a paragone le tante piaghe siciliane con le sue eccezionali bellezze come il sole e il mare che, almeno fino ad ora, nessuno è riuscito a levarci».

Non pensi che cantare in dialetto siciliano possa limitare la comprensione del tuo messaggio e soprattutto tenere lontano una parte di pubblico?

«Credo che il dialetto non sia assolutamente un limite, bensì una risorsa. L'Italia è bella e ricca proprio perché è varia nella varietà delle parlate. Ci sono cose che cantate in italiano non hanno la stessa forza espressiva rispetto a quando vengono presentate in dialetto. Il siciliano in particolare ha un ventaglio di espressioni uniche e raccontare la storia di un popolo attraverso l'idioma di cui è intrisa è il modo migliore per essere quanto più verosimili. Ho sempre cantato in dialetto e, soprattutto fuori dalla Sicilia o dell'Italia, ho potuto constatare come al pubblico arrivi l'emozione dei brani anche senza che ne comprenda totalmente i testi. Ricordo sempre con piacere quando a Castro Verde, in Portogallo, cantai la canzone in cui raccontavo la strage di Marcinelle: il pubblico si alzò in piedi per cinque minuti e il sindaco venne ad abbracciarmi con le lacrime agli occhi».

Penso alle lotte civili americane che hanno avuto sempre musicisti impegnati in prima fila a diffondere le idee (Pete Seeger, Woody Guthrie, Joan Baez, Dylan e tanti altri) e mi chiedo se anche in Italia, in questo periodo di crisi, non possa essere la musica il motore di una rivoluzione culturale. Cosa ne pensi?

«Penso assolutamente che la musica oggi più di ieri debba avere questo ruolo. Bisogna tornare alla canzone sociale e attraverso questa mettere in moto una rivoluzione culturale che possa portare a un'inversione di marcia nelle coscienze. La musica deve avere anche il ruolo di informazione e di divulgazione di certi concetti. Come ben dicevi, la rivoluzione in altri Stati è partita proprio dagli artisti. Allora, se ha senso avere un microfono davanti alla bocca, bisogna a mio avviso utilizzarlo per dire delle cose sensate, per creare una massa critica che possa portare realmente a un cambiamento».

Come vedi il futuro della Sicilia e dei siciliani?

«La Sicilia sta vivendo un periodo di grandi trasformazioni. Siamo a un bivio epocale, possiamo fare la fine della Grecia o risorgere insperatamente attraverso un'economia a servizio dei siciliani e non da asporto. Adesso ci saranno le elezioni regionali e vedremo se chi sarà chiamato a governare comincerà a pensare seriamente ai cittadini, alle famiglie, agli operai della Fiat fuori dai cancelli da un anno, ai precari della pubblica amministrazione, a un cambiamento nel sistema dei trasporti, all'istruzione, alla cultura e soprattutto ai giovani. Questo serve alla Sicilia e ai siciliani: un cambiamento culturale e sociale che possa impedirci di essere risucchiati dal mare».

Da pochi giorni sei diventato papà. Cosa cambia nella visione di un artista con la nascita di un figlio?

«Cambia la prospettiva con cui pensi alle parole che devi scrivere, ai messaggi che vuoi affidare alle canzoni. Nasce una consapevolezza in più che ciò che scrivi potrà essere giudicato un giorno da tua figlia che potrà dirti "papà ma perché hai scritto questa cosa?" e dovrai dare delle risposte. E soprattutto vuoi che un giorno tua figlia possa essere orgogliosa di te e di quello che hai fatto».


Visto la tua grande disponibilità ti propongo il gioco delle dieci domande secche. 

- Barca a vela o a motore? Barca a vela perché è il vento a comandare. Se il vento decide cammini altrimenti stai fermo.
- Cannolo siciliano o granita alla mandorla? Cannolo siciliano, da buon uomo di montagna.
- Tirreno o Ionio? Tirreno, è più caldo.
- Agave o betulla? Betulla, quella dell'Etna o quella bianca puramente siciliana.
- Bicicletta o scooter? Scooter! Sono pigro.
- Ore 7 del mattino o le 22? Ore 7 del mattino, il più delle volte rientro giusto a quell'ora ed è bellissimo rientrare e vedere che gli altri si svegliano.
- Camicia o t-shirt? Camicia senza colletto, alla coreana.
- "Il Gattopardo" o "I Malavoglia"? "I Malavoglia" perché in questo libro c'è il popolo, la sua fatica e dignità.
- Shakespeare o Goldoni? Goldoni, adoro la commedia dell'arte.
- Rasoio elettrico o lametta da barba? Rasoio elettrico, ma solo per accorciare la barba, non ho mai usato una lametta. Porto la barba praticamente da quando sono nato!



Titolo: Italia Talia
Artista: Mario Incudine
Etichetta: Art Show Records
Anno di pubblicazione: 2012

Tracce
(testi e musiche di Mario Incudine, eccetto dove diversamente indicato)

01. Italia talia  [Incudine e Kaballà]
02. Forsi chiovi  [Incudine e Kaballà; Incudine e Franco Barbarino]
03. Duedinotte  [Incudine; Incudine e Mario Saroglia]
04. Fiat voluntas fiat  [Incudine e Kaballà; Saroglia]
05. Malaerba  [Incudine e Kaballà; Saroglia]
06. Lassa e passa  [Incudine e Nino Frassica; Saroglia]
07. Camina e curri
08. I passi di dumani
09. Duminica matina  [Incudine; Incudine, Barbarino e Antonio Vasta]
10. Escusé muà pur mon franzé  [Incudine, Kaballà e Saroglia; Saroglia]
11. Salina
12. Li culura
13. Notti di stranizza  [Incudine e Kaballà; Saroglia]