martedì 11 agosto 2015

Enrico Cazzante, da Le Volpi Blu a Joe Cocker


Enrico Cazzante (copyright Martin Cervelli)


Le esibizioni di Enrico Cazzante a La Garitta di Albissola hanno segnato gli anni '80 e sono state per lungo tempo un appuntamento fisso a cui non si poteva rinunciare. Con i suoi capelli biondi lunghi, la barba e quella voce graffiante ha rappresentato l'anima country/rock delle serate albissolesi e ha fatto conoscere e apprezzare a molti i maggiori successi dello sterminato songbook americano. Oggi, a 65 anni, il cantante, originario di Giusvalla in provincia di Savona, è ancora sulla breccia e ha un calendario fitto di impegni. Che sia in un piccolo locale nel savonese o in una piazzetta invasa da turisti, Cazzante porta in scena, con immutato amore per la musica, i grandi successi del country e del rock americano, da John Fogerty a Joe Cocker, da Merle Haggard a Johnny Cash. Interpretazioni intense, sentite, che trasmettono emozioni e strappano applausi. 
Cazzante festeggia in queste settimane i cinquant'anni di carriera. La sua avventura musicale è iniziata con un gruppo di amici ed è proseguita suonando a fianco di orchestrali famosi come Lello Poggi, Gino Bocchino e Trento Gianelli, da cui ha imparato il mestiere. Nel 1971 è entrato, come chitarrista e secondo cantante, ne Le Volpi Blu, gruppo nato a Savona nei primi anni '60 per iniziativa di Franco Delfino. Quattro anni dopo con la band ha calcato il palco del teatro del Casinò di Sanremo in occasione della venticinquesima edizione del Festival di Sanremo presentando la canzone "Senza impegno". Conclusa l'avventura con Le Volpi Blu nel '79, Cazzante è tornato a cantare la musica country e il rock. Ancora oggi, da solo dietro al microfono con il suo lettore di minidisc per le basi, rilegge con immutata grinta e passione i grandi classici della musica internazionale riuscendo ad attirare l'attenzione anche dei più distratti.
Con Cazzante, nel corso di una calda mattinata estiva davanti a un caffè, abbiamo parlato della sua carriera e della musica degli anni '70.



Enrico, torniamo indietro nel tempo e andiamo al periodo 1971-79 quando suonavi ne Le Volpi Blu. Cosa ti ricordi e come è iniziata quella avventura?

«L'avventura con Le Volpi Blu è stata merito di un provino. Il gruppo era già formato ma dovevano sostituire un elemento. Mi presentai e fui "provinato" da Franco Delfino che era il capo gruppo, arrangiatore e un bravo musicista. L'appuntamento era al Lavagello, a Castelletto d'Orba, e in quell'occasione eseguii, da solo alla chitarra, "Proud Mary", famosa canzone di John Fogerty che propongo ancora oggi nei miei concerti. Terminata l'esecuzione, Delfino mi disse che ero assunto e continuai a suonare nel gruppo per diversi anni».

E nel 1975 arrivò anche la partecipazione al Festival di Sanremo con la canzone "Senza impegno"…

«A presentare il festival c'era Mike Bongiorno insieme a Sabina Ciuffini e fu una delle ultime edizioni che si tennero al teatro del Casinò. In quegli anni era uso fare visita ai presentatori prima dell'esibizione sanremese e così andammo a Milano per incontrare Bongiorno. Mike entrò nella sala armato di taccuino e matita e ci presentò come le Voci Blu, l'unico complesso ligure in gara. Lo correggemmo dicendo che ci chiamavamo Le Volpi Blu e lui ci rispose ‹…e io cosa ho detto, Le Volpi Blu›. Per fortuna poi durante il festival non si sbagliò».

Ricordi qualche altro episodio curioso della vostra partecipazione alla kermesse sanremese?

«Ci fu un altro episodio simpatico che ricordo con piacere. Quell'anno partecipò al Festival anche Angela Luce di Napoli, che alla fine si piazzò al secondo posto. Nel corso della serata lei scenicamente svenne e io a un giornalista che mi aveva fatto una domanda al riguardo feci la battuta ‹al festival è mancata la Luce›. Conservo ancora l'articolo di giornale il cui titolo era ‹Il cantante delle Volpi Blu fa sorridere Sanremo›».

La canzone "Senza impegno" come fu accolta dal pubblico sanremese?

«Era un easy listening che il pubblico accolse bene anche perché in Italia non c'era e non c'è tutt'oggi la maturità per ascoltare cose impegnate. Era una canzoncina di Sanremo, con un arrangiamento peraltro abbastanza complesso. La partitura venne scritta per i Quattro più Quattro di Nora Orlandi che fecero il coro nell'inciso della canzone. Testo e musica furono scritte da Delfino».

La partecipazione al festival cosa vi portò in dote?

«In quel periodo abbiamo fatto un lungo tour in Italia con date in Emilia, Toscana ma soprattutto in Piemonte, dove lavoravamo tantissimo. Al Giardino dei Sogni di Bubbio, a Calamandrana, poi Canelli, Asti, insomma suonavamo in tutte sale più grosse. Ricordo che il Giardino dei Sogni di Bubbio era a cento metri dal cimitero e alla sera si vedevamo i lumini. Immancabili sono state le battute ironiche che facevamo dal palco: dal ‹speriamo che anche i defunti ci ascoltino› al ‹siamo sicuri che la nostra musica piacerà anche a loro›».

Che genere di musica suonavano Le Volpi Blu?

«Era un genere molto commerciale. Io cercavo, scontrandomi con Delfino, di fare delle altre cose ma lui non mi ha mai permesso di uscire da quei canoni e poi c'era l'altro cantante, Manuel Guastavino, molto bravo che purtroppo è mancato poco tempo fa. Manuel aveva una voce tipicamente all'italiana e assomigliava a quella di Roberto Facchinetti, cantante dei Pooh. Inevitabilmente avevamo in repertorio anche tantissimi pezzi dei Pooh. Eravamo due cantanti e ci dividevamo le canzoni. A me lasciavano quelle più grintose».

Cosa ti ha insegnato Franco Delfino?

«Era una persona dal carattere molto spinoso ma mi ha insegnato a lavorare in studio e certi trucchi del mestiere. Mi diceva ‹quando sbagli una frase dal vivo ripeti lo stesso errore nel ritornello e così la gente non se ne accorgerà›. Un insegnamento che metto in pratica ancora oggi».

Avete ancora lavorato insieme dopo l'esperienza con Le Volpi Blu?

«Le strade si sono divise. Io ho collaborato con Delfino in alcune occasioni, quando mi ha chiamato. Voglio bene a Franco ma dato che abbiamo delle idee completamente diverse preferisco che chiami altri bravi cantanti a fare da vocalist. In studio per il genere che fa lui, che oggi è quasi liscio, ci vogliono dei cantanti più tradizionale, più puliti. Usava la bella voce di Manuel proprio perché si adattava di più ad un genere estremamente commerciale. Nel suo studio ricordo che andava un altro bravo cantante savonese Sergio Babboni che ha collaborato con lui. Ormai però sono quattro anni che non vado nel suo studio, non so più niente…».

Ti ricordi come era la scena musicale savonese degli anni '60?

«Erano anni importanti dal punto di vista della formazione di gruppi. Io ho avuto la fortuna, giovanissimo, di lavorare con orchestrali già anziani che mi hanno insegnato molto. Faccio il nome del trombettista Trento Gianelli che era famosissimo ed era soprannominato King Giannell, Gino Bocchino il batterista, Gino Bosano al sax, Lello Poggi il pianista che è mancato recentemente, Pino Pentimalli alle percussioni. Erano persone che facevano il mestiere e mi hanno insegnato, anche un po' drasticamente, a stare sul palco. Si faceva più che altro musica da ballo ma non era liscio. Le sale da ballo lavoravano con complessi che facevano un po' tutti i generi, naturalmente a un certo punto della serata veniva dato spazio al ballo liscio, quindi c'era la serie valzer-valzer-mazurka-polka poi valzer lento-beguine-paso doble, poi si ritornava ai lenti o agli shake. Ricordo il batterista Piero de Luigi che purtroppo non c'è più. Era persona molto esuberante, un bell'uomo, un grande charmeur all'epoca, anche lui mi voleva bene. Dal punto di vista musicale furono anni interessanti perché essendo appassionato carpivo ciò che di costruttivo poteva esserci».

Come vedi la situazione oggi?

«Non bene. Ritengo che ci sia molto fumo e poco arrosto. Oggi si guarda, come purtroppo anche nella società occidentale, all'apparenza e non alla sostanza, a quello che realmente si è. L'immagine è la cosa più importante e la sostanza conta poco. Nei personaggi di oggi c'è una tazzina di talento in un mare di presunzione e la presunzione in questo lavoro bisogna lasciarla da parte perché è il pubblico che stabilisce se l'artista è tale o fa finta. Il lato artistico esce durante le interpretazioni dal vivo, la gente si accorge se si è veri e se si riesce a catturare il cuore. Ascolto ancora parecchia musica e in Italia preferisco le donne perché ritengo che abbiano una maturità maggiore, gli uomini, al contrario, non si impegnano molto. Mannoia e Dolcenera sono molto brave e poi le grandi come Mina e la Vanoni. Iva Zanicchi pensavo si limitasse a fare cose derivate dai gozzovigliamenti emiliani, invece, ho scoperto la sua voce blues in una registrazione e devo dire che è molto brava».

Quanti anni avevi quando hai iniziato a suonare?

«Avevo 15 anni e ho iniziato a suonare con due amici. C'era Pierluigi Carlevaro che è mancato tanti anni fa, era una persona eccezionale, un personaggio incredibilmente intelligente e artisticamente dotato. Abbiamo iniziato insieme a suonare la chitarra e lui dopo soli sette giorni era in grado di destreggiarsi bene con il basso. Era una persona intelligentissima con un braccio offeso dalla poliomielite, con tutto ciò è stato in grado di suonare il basso con estremo gusto e raffinatezza. Poi c'era Adelio Giacchino che si è dedicato alla musica commerciale e ancora oggi è in attività. A completare il nostro primo gruppo c'era un batterista di Valleggia, Giuliano, e credo che a tutt'oggi faccia il parrucchiere per signora».

Ricordi dove vi siete esibiti le prime volte?

«La prima serata l'abbiamo fatta a Stella San Giovanni, il paese di Sandro Pertini, e con noi c'era una cantante di Ellera che si chiamava Orietta Giacchino. Abbiamo suonato davanti alla chiesa con degli amplificatori piccolissimi, uno dei quali me lo aveva portato mio papà da scuola. Mio papà e mia mamma erano insegnati e posso dire di avere avuto due genitori splendidi. La seconda volta abbiamo suonato in frazione Galletti a Giusvalla, in occasione di una festa popolare, grazie anche all'aiuto dei nostri genitori, mio papà e il padre di Pierluigi, che hanno portato gli strumenti con la macchina. Io sono originario di Giusvalla quindi conoscevo bene l'ambiente. Eravamo piuttosto impacciati e timidi. La terza serata si tenne ad Albisola Superiore, nello spiazzo davanti la palestra, in occasione di un festival di voci nuove, parliamo degli anni Sessanta. Abbiamo partecipato e i premi in palio erano dei vasi di ceramica. Insomma in cinquant'anni non è cambiato niente, Albisola è la ceramica».

Oggi hai 65 anni e continui a suonare senza sosta. Cosa ti spinge a proseguire?


«La grande passione. Ancora oggi studio e ho l'umiltà di ascoltare i grandi che mi fanno sempre venire la pelle d'oca. I grandi per me sono Joe Cocker, Steve Winwood, B.B. King, Eric Clapton, i cantanti neri. Ascolto quelli per vedere se anche io arrivo con la voce dove il cuore c'è già. L'interpretazione è la cosa principale, è una questione di cuore e di feeling. I suoni sul palco sono l'altra componente fondamentale, senza queste due cose non fai nulla. Io sono puntigliosissimo, ho un impianto vecchio al quale ho chiesto di funzionare ancora e lo fa perfettamente, ha dei suoni meravigliosi. Viaggio con quello che sta nella macchina e lavoro all'antica. Le basi me le registro io, i cori sono di Manuela Cavallero, cantante di Savona che vive a Roma. E vado avanti con tanto entusiasmo».

Quali sono per te i cantautori più significativi della scena italiana?

«Ritengo che i due pilastri del cantautorato italiano siano De André e Fossati. Hanno scritto canzoni veramente eccellenti, restano nelle antologie della musica. Nei miei spettacoli continuo a proporre tre-quattro pezzi di Fossati. Uno dei quali mi fa impazzire tutte le volte che lo canto e si intitola "I treni a vapore", che è stato portato al successo dalla Mannoia. Fossati ritengo non sia un grande cantante ma interpreta le canzoni in maniera sublime. Lavora sui ritardi e sugli anticipi e riesce sempre a cadere nella battuta giusta. È molto bravo ed è un grande intellettuale, è molto colto. A me piacciono questi personaggi. Così come è stato De André».

Recentemente hai fatto un tributo a Joe Cocker, cantante sanguigno e vero, come piacciono a te…


«L'ho fatto alla Sms Serenella a Savona ed è stata una bella serata. Joe Cocker era unico, ha scritto pochissimo ma sapeva interpretare le canzoni come pochi altri. Un cantante bianco con la voce nera. Se senti le sue registrazioni dal vivo ti rendi conto della sua bravura. C'è un brano che continua a farmi impazzire, si intitola semplicemente "Blue Medley" e compare in "Mad Dog & Englishmen". Cocker, con l’arrangiamento di Leon Russell, canta senza interruzione tre classici e ai cori ci sono tra le altre Rita Colidge, che è una grande cantante, e Donna Washburn. A un certo punto Cocker interpreta "I've been loving you too long" di Otis Redding e qui andiamo oltre, si toccano vette difficili da raggiungere. Io suggerirei ai giovani che vogliono cantare di ascoltare questi artisti perché da loro possono imparare molto. Occorre avere l'umiltà di ascoltare i grandi».

Per molti anni sei stato il cantante di punta della Garitta, locale storico di Albissola Marina. Cosa ti ricordi?

«La Garitta è stata determinante anche per la mia vita perché in quel locale ho conosciuto la mamma di mio figlio. La mia avventura in Garitta è iniziata in un modo insolito. Erano gli anni '80 e una sera, al termine di un mio concerto a Celle, si avvicinò una persona presentandosi come il padrone della Garitta. Parlammo e mi diede appuntamento nel locale per il giorno successivo. Mi presentai all'incontro e vidi subito dietro al banco un signore con il volto torvo, molto disturbato dalla cosa. Quando il personaggio che mi aveva assunto uscì, il signore al banco alterandosi mi disse perentorio ‹signor Cazzante venga da me!›. Mi avvicinai e mi mise in guardia dal personaggio che mi aveva ingaggiato dicendomi che si stava approfittando della situazione e che gli doveva un mucchio di soldi. Il barman, che poi scoprii essere il vero padrone, Piero Rizzo, mi invitò a suonare un pezzo… e da quel giorno rimasi a suonare in Garitta per quattro anni tutte le sere».

Oggi il locale, in qualche modo, fa ancora parte della tua vita…

«È un locale bellissimo e sono molto orgoglioso che l'abbia in gestione mio figlio. Mi dispiace solo che non si possa più fare musica. Nonostante abbia muri molto spessi e una volta chiusa la porta non si senta niente c'è chi si è lamentato della musica. Purtroppo oggi la gente preferisce i rumori ai suoni».

Sentendoti cantare dal vivo si intuisce che uno dei tuoi amori è la musica country…

«Mio papà era un grande appassionato di country music, suonava un po' la chitarra e aveva una voce roca. Era amico di un signore che gestiva negli anni '60 un negozio di dischi a Savona, dove una volta c'era Odello Gomme e oggi c'è il locale Fronte del Porto. Un piccolo negozio che aveva però molti dischi di importazione americana. Da lui mio papà comprò dischi di gruppi come i Living Voices e i Sons of the Pioneers che mi fecero appassionare al country e questa passione rimarrà sempre. Il country è poco conosciuto in Italia ma vedo che nelle mie serate gli spettatori lo ascoltano molto volentieri. Johnny Cash, Willie Nelson, Merle Haggard restano un baluardo».

Nomi che portano inevitabilmente dall'altra parte dell'oceano…

«Sono andato due volte in America e dal punto di vista musicale gli americani sono più colti, tengono alle loro tradizioni. Sono andato ad Hot Springs in Arkansas, dove ci sono le terme ed è anche la patria di un famoso attore di film western, Alan Ladd che è stato il protagonista del film "Il cavaliere della valle solitaria", di cui canto ancora oggi la colonna sonora. Ho visto bambini di colore che suonano l'armonica ma lo fanno davvero. Ho incontrato un ragazzo, avrà avuto 14 anni, con una armonica più piccola del solito, accompagnato da un signore sulla settantina alla chitarra, che ha tirato fuori da questo strumento delle cose grandiose».

America, country ma anche la Genova de I Trilli. So che c'era un rapporto di reciproca stima, ci vuoi raccontare qualcosa?

«Pucci era già morto e Pippo aveva aperto un ristorante di classe su un rimorchiatore nel porto di Genova, poco distante dall'Acquario. Sono andato parecchie volte a suonare da lui, si era innamorato di come arrangiavo le sue canzoni. Era un musicista molto colto, suonava bene pianoforte, chitarra e bravo negli arrangiamenti, e mi stimava molto. E cosa importantissima, mi faceva mangiare il pesce fresco».

Hai un sogno nel cassetto?

«Vorrei che una volta mi invitassero a suonare in piazza Sisto IV a Savona. Sì, sarebbe una bella cosa».