venerdì 29 gennaio 2016

'Del movimento dei cieli' cantan Cané & Marighelli





Isolarsi dal mondo e vivere a contatto con la natura per scrivere musica e su questa innestare parole che parlano di astrologia, filosofia, tarocchi, amore e spiritualità. È quello che hanno fatto Friedrich Cané e Giacomo Marighelli nell'album "Del movimento dei cieli", pubblicato dall'etichetta ferrarese New Model Label. Per trovare la giusta ispirazione Cané è andato a vivere in un casolare abbandonato vicino a Ferrara e seguendo il fluire del tempo, senza sveglie e orologi a scandire le ore e la frenesia della vita moderna, ha composto brani di musica elettronica che abbracciano la sperimentazione, il trip-hop, l'electro-rock e anche la classica contemporanea. Marighelli, artista poliedrico e con diversi album all'attivo a proprio nome, come Margaret Lee e con il progetto Vuoto Pneumatico, ha composto le liriche seguendo un processo di adattamento alle idee sviluppate da Cané. Una condivisione artistica e allo stesso tempo un completamento avvenuto in maniera quasi naturale che ha dato origine a un lavoro non di immediata assimilazione ma assai stimolante e che nasconde diverse chiavi di lettura. Tema centrale dell'album è l'amore, visto nella sua evoluzione e analizzato nella sua capacità di essere motore dell'universo così come elemento fondante dell'esistenza degli individui. L'ascoltatore partecipa ad un viaggio tra lo spazio e il tempo, passando dal macro al micro, dallo spirituale al carnale. Un continuo oscillare in un vortice magmatico e avvolgente che disorienta e non concede punti di ancoraggio. In questo quadro solo i tarocchi sembrano poter regalare una chiave di lettura; le carte sono l'unico mezzo per prendere coscienza del reale e della propria esistenza.
Abbiamo provato a saperne di più intervistando i due artisti.




Giacomo, "Del movimento dei cieli" è il tuo primo esperimento di musica elettronica. Cosa ti ha attirato verso questo genere? 

Marighelli: «Non saprei dirlo con esattezza; era già dal 2012, durante la stesura del disco "Margaret Lee presenta: Giacomo Marighelli", che sentivo mi sarebbe piaciuto realizzare un disco con musica elettronica. Nel frattempo è nata la collaborazione per Vuoto Pneumatico e l'idea è finita in un cassetto anche se già nel disco di Vuoto Pneumatico qualche cosa di elettronico ha iniziato ad emergere. Chiacchierando con l'amico Friedrich Cané, è nata la voglia da parte di entrambi di lanciarci in questa avventura, e la cosa che mi è piaciuta di più è che ho lasciato totalmente a lui la parte della composizione dei brani, ed io mi sono occupato solo dei testi e della voce stessa. Così è nato "Friedrich Cané & Giacomo Marighelli – Del movimento dei cieli"».

Quando si sono incrociate le vostre strade?

Marighelli: «Ci conoscevamo già da anni grazie all'amico comune Eugenio Squarcia, detto Moreau. Friedrich ha registrato due basi elettroniche per le canzoni "Buio asmatico" e "Buon Natale" dell'album "Vuoto Pneumatico"; da lì a poco tempo abbiamo deciso di creare qualche cosa assieme».

Come sono nate le canzoni del disco?

Marighelli: «Per quasi tutto il mese di agosto del 2014 Friedrich ha vissuto in un rudere vicino a Ferrara: disperso dal mondo intero, nascosto anche se vicino ad un centro abitato, senza acqua potabile, tra le stelle, gli alberi e il vento. Ogni sera sono andato a trovarlo, lui mi faceva ascoltare ciò che in giornata aveva composto, mi spiegava il titolo che voleva dargli sotto forma di spiegazione scientifica, ed io estrapolavo i concetti trasportandoli nel quotidiano della vita comune: dal macro al micro. Tutto il disco è collegato dall'inizio alla fine; le canzoni parlano di una storia d'amore, di ciò che possiamo vivere ogni giorno, dell'amore vero, che se si vive pienamente è assoluto nello spazio e nel tempo. Riguardo i titoli ho accennato che era Friedrich ad indicarmeli, perché anche lui stesso è partito da un concept seguendo una linea dritta dal primo ("Nadir") all'ultimo brano ("Zenith"); quindi i titoli sono l'unica parte dei testi che non ho scelto io ma che ho accolto da lui».
Cané: «È stata un'esperienza fuori dal tempo. Ero svincolato dal normale ciclo di vita, dagli orari scanditi dagli impegni. Mangiavo quando avevo fame, dormivo quando avevo sonno. Suonavo per ore, senza sosta, senza accorgermi della luce e del buio. Uscivo di notte per guardare il cielo stellato, per ascoltare i suoni degli animali, del vento, delle foglie. La scaletta del disco è emersa naturalmente: il racconto di un'evoluzione, una storia che ruota intorno alla nascita e allo sviluppo dell'universo, inteso come organismo intelligente. Giacomo ha intuito il parallelismo con la vicenda umana, il riflesso di qualcosa di più grande con il quale è connessa in un intreccio indissolubile».

Siete stati liberi di esprimervi o vi siete influenzati vicendevolmente con consigli, suggerimenti, ascolti e quant'altro?

Marighelli: «Ci siamo lasciati abbastanza liberi, pochi consigli l'uno all'altro. Devo dire che con i testi non ho avuto vincoli o difficoltà a lavorare con lui; l'unico brano in cui Friedrich mi ha chiesto se potevo inserire l'elenco degli elementi è "Elementi in divenire", ed è stato un piacere per me declamarli».
Cané: «Ho cercato di ridurre al minimo il rumore di fondo. Ho scelto l'isolamento e prima di iniziare a scrivere non ho ascoltato musica per circa due mesi. Durante le registrazioni ho letto molto e le idee hanno preso forma. Penso che io e Giacomo ci siamo influenzati a vicenda, anche se forse in modo inconsapevole».

Sul booklet, tra i ringraziamenti compare il nome di Franco Battiato. Un omonimo o un ringraziamento a un artista la cui musica è stata fonte di ispirazione?

Marighelli: «È stata una scelta di Friedrich. Ascolto volentieri Battiato ma non ne sono un seguace e non lo conosco a fondo. Non c'è un periodo artistico che preferisco, anche se uno degli album che conosco meglio è "Gommalacca"».
Cané: «Battiato è un punto di riferimento musicale, ha saputo coniugare sperimentazione e musica colta, attraversando generi molto diversi tra loro e tutto questo nell'ambito del panorama musicale italiano, che di certo non è tra i più ricettivi. Apprezzo molto il periodo elettronico degli anni Settanta, quello rock della seconda metà degli anni Novanta, e le composizioni di musica sacra. A livello sonoro, l'album più incisivo penso sia "Dieci stratagemmi"».

Secondo voi la musica elettronica nel futuro prenderà sempre più il sopravvento oppure rimarrà solo una delle possibili strade da percorrere?

Marighelli: «Il futuro non esiste, chi può dirlo. Secondo me la musica prenderà volti sempre più ancestrali, come una sorta di ritorno alle origini ma con coscienza».
Cané: «L'approccio alla musica elettronica rappresenta una scelta tecnica. Nel momento in cui ti rendi conto che le potenzialità sono infinite, sta a te trovare gli arrangiamenti e i suoni che meglio si adattano alla composizione. Che siano wobbler acidi da drum'n'bass o sezioni di un'orchestra sinfonica, o la combinazione di sonorità diverse, i confini di genere ormai sono stati abbattuti. Questo è il vero cross-over».

Presenterete dal vivo le canzoni dell'album?

Marighelli: «Le stiamo già presentando. Quando i locali sono interessati a proporre concerti di poesia e di arte, allora ci considerano. L'artista Alessandra Naif ci accompagna con la pittura dal vivo, quindi musica e pittura live. Purtroppo in Italia anche se sei un musicista indipendente, devi fare parte di un giro che automaticamente etichetta l'indipendente moderno, o meglio l'"in-dipendente" all'interno di determinati canoni o schemi commerciali. Insomma nulla di diverso da stereotipi di major o gerarchie divisorie».
Cané: «Il disco ha una sua complessità, che per quanto possibile viene riproposta dal vivo. Durante i concerti, ai synth si affiancano il pianoforte e il piano elettrico. Le parti suonate sono quelle che caratterizzano i brani, ma con alcune varianti che le rendono più vive».

Quali sono i vostri punti di riferimento nella vita di tutti i giorni e in ambito musicale?

Marighelli: «Nella vita è vivere, essere me stesso e non ciò che gli altri vogliono che io sia; quindi un costante sviluppo della propria coscienza, impegnandomi a sviluppare e crescere con amore. In ambito musicale, onestamente in questo periodo sono totalmente casuali: vado su Youtube e inizio ad ascoltare i brani suggeriti e da lì continuo per mesi girando attorno a generi anche totalmente differenti. Ho scoperto gruppi fantastici in questa maniera. Ma anche grazie a consigli di amici, basta che ci si mandi un brano durante un discorso via chat o e-mail, ed ecco che si scoprono mondi sconosciuti. Fondamentalmente il mio passato musicale è composto da Nick Cave, Giorgio Gaber, Giorgio Canali, Noir Désir, Fausto Rossi Faust'O, i primi Litfiba, i Bluvertigo, One dimensional man, qualche album dei Marlene Kuntz, quando ero bambino ascoltavo Marilyn Manson, e tanti altri».
Cané: «Amo chi riesce a vedere al di là degli schemi, senza preoccuparsi di essere giudicato. In questo senso, ammiro alcune menti illuminate come quelle di Douglas Hofstadter, di Jiddu Krishnamurti, di Richard Feynman. Nella maggior parte dei casi, rimango impressionato da chi sviluppa concetti radicali. In ambito musicale, gli innovatori come Johann Sebastian Bach, Georg Friedrich Händel, Brian Eno, Peter Gabriel, i Massive Attack, i Radiohead, Björk, David Sylvian. Tra gli italiani Battiato, Benvegnù e Umberto Maria Giardini. Nella vita di tutti i giorni è difficile avere dei punti di riferimento. Mi affido alle stelle mobili più che a quelle fisse, credo negli incontri. Bisogna lasciarsi trasportare dalla corrente, dominarla senza venirne travolti».

Come avete finanziato il vostro disco?

Marighelli: «L'abbiamo finanziato grazie al crowdfunding. Siamo contenti di questa possibilità sostenuta da persone che credono in noi. Sono metodi ottimi, possono aiutare ed essere efficienti. Se mi interesso di arte, inizio io stesso a sostenerla, e queste metodologie online me lo permettono facilmente».
Cané: «Il crowdfunding è uno strumento democratico e consente di confrontarsi con il riscontro del pubblico molto più di quanto faccia un talent show. Intendo dire che chi decide di finanziare un progetto, lo fa perché ci crede davvero: è attivo, curioso, alla continua ricerca di informazioni e stimoli. L'esatto contrario dei passivi come si lasciano anestetizzare da uno schermo televisivo».

Più volte nei testi delle canzoni compaiono i tarocchi. Giacomo, che significato hanno per te e che rapporto hai con l'esoterismo?

Marighelli: «I tarocchi sono uno strumento che uso quotidianamente; parto dal presupposto che il caso non esiste, quindi qualunque carta esca ha una motivazione ben precisa per essere uscita. Attraverso le carte possiamo conoscere meglio noi stessi, capire il proprio inconscio, "mostrarci" cose che senza certi strumenti non vorremmo davvero capire e/o mettere a fuoco. Essendo strumenti (un ponte, un tramite), il tarocco serve come "scusante" per accettare e ammettere determinate parti del proprio inconscio. Questo vale anche leggendoli ad un consultante; lo si può aiutare a prendere coscienza, a capire quali siano i suoi reali problemi, da dove provengono, il perché certi nodi gli impediscano di proseguire nella vita e lo costringano a ristagnare sempre nella stessa situazione. Ecco, le carte sono davvero utili da questo punto di vista. Non esistendo il tempo, non mi interessa leggerle come metodologia divinatoria, cartomanzia, perché tutto ciò che viene detto del futuro condiziona il consultante a tal punto da fare accadere quel futuro, o da non farlo accadere. Presupponiamo che non ci sia un destino, non ci sia il destino, ma ci sia Destino. All'interno di Destino ognuno di noi ha infiniti destini. Quindi in ogni istante stai certamente andando verso una direzione, ma tu quando vuoi puoi cambiarla; quindi se tu mi predici una di quelle infinite linee, magari in quel momento ci stavo anche andando, ma finita la lettura posso benissimo cambiare linea. Quindi è totalmente inutile».

Qual è il filo conduttore del disco?

Marighelli: «L'amore».
Cané: «La fonte d'ispirazione principale è sempre la natura. Rimango meravigliato di fronte alle geometrie, ai colori, ai meccanismi. Facciamo parte di tutto questo, noi siamo l'universo. Possiamo espanderci verso l'orizzonte o condensare la materia in uno spazio infinitesimo. L'evoluzione del cosmo coincide con quella degli esseri viventi».

Quali sono le parole che meglio descrivono le tue canzoni?

Marighelli: «Amore, cosmo, vita e poesia».
Cané: «Pensiero, trasporto, superamento dei confini».

C'è qualche argomento di cui non parlerai mai nelle tue canzoni?

Marighelli: «Non lo so, cerco di non precludere nulla. Adesso sento molta motivazione in argomenti d’amore, non d'amore con la "a" minuscola, ma dell'Amore incondizionato, dell'essere umano, e di tutto ciò che sento fluire con esso, anche del quotidiano».
Cané: «Per questo disco non ho scritto testi, ma non escludo di farlo in futuro. Penso che la libertà di espressione sia fondamentale nelle attività creative, per questo motivo ho apprezzato il lavoro svolto da Giacomo: i suoi testi spesso sono criptici e si prestano a molteplici interpretazioni, la forma metrica è inconsueta e mai banale. Scriverli sotto flusso di coscienza ha contribuito molto al risultato finale. In sintesi, l'unica cosa importante è evitare di produrre banalità. Ma tutto ciò deve avvenire senza sforzo, deve essere un processo spontaneo».

Giacomo, sei un artista poliedrico e nel corso della tua carriera hai percorso molte strade. Una di queste ha portato al progetto Vuoto Pneumatico con Gianni Venturi. È una storia finita o l'album del 2014 avrà un seguito?

Marighelli: «Chi può dirlo. Attualmente mi sto dedicando ad altro, tra cui il primo disco solista firmato come Giacomo Marighelli e che se riesco pubblicherò volentieri entro il 2017».


Titolo: Del movimento dei cieli
Artisti: Friedrich Cané e Giacomo Marighelli
Etichetta: New Model Label
Anno di pubblicazione: 2015

Tracce
(testi di Giacomo Marighelli; musiche di Friedrich Cané)


01. Nadir
02. Il motore immobile
03. Il demiurgo sulla soglia del tempo
04. Elementi in divenire
05. Azimuth
06. Idrodinamica
07. Fotosintesi
08. Le infinite forme
09. Dybbuk
10. Almucantarat
11. Satellite
12. Ardesia
13. Icosaedro
14. Zenith

video

sabato 23 gennaio 2016

"Shah mat": per The Chanfrughen è scacco matto





Arrivano da Andora, dall'estremo ponente della provincia di Savona, in Liguria, e "Shah Mat" è il loro secondo disco. Loro sono The Chanfrughen, trio composto da Alessandro Bacher (chitarra), Gianluca Guardone (voce e basso) e Andrea "Felix" Risso (batteria). Archiviato l'esordio discografico del 2014 con "Musiche da inseguimento", il gruppo è tornato al lavoro e ha inciso un disco dalle marcate influenze anni Settanta in cui il funky si sposa con la psichedelia e con incursioni rock blues di notevole impatto. Chitarre taglienti, trame di synth e un retrogusto speziato che porta a oriente sono gli ingredienti di questo lavoro registrato al Greenfog di Genova in presa diretta, come si faceva una volta, senza cuffie e con l’ausilio di strumentazione vintage. Un disco che merita di essere ascoltato e che suona compatto, senza cali di tensione emotiva. Ad arricchire il robusto sound del gruppo ci ha pensato Agostino Macor, già componente della band di rock progressivo La Maschera di Cera, che ha suonato synth, organo e mellotron. Emanuele Miletti ha dato il suo contributo al sitar.
I testi scritti da Gianluca Guardone raccontano personaggi dall'animo corrotto come il sanguinario mercenario di Bordighera in "Delle Fave" o l'egocentrico arrivista "Limonov" ispirato dal romanzo di Emmanuel Carrère, di paradisi fiscali in "Belize", di luoghi lontani nella canzone che dà il titolo al disco, e di problemi attuali come quello dei profughi che scappano dalla guerra e dalla miseria o del tristemente noto "T.S.O." che per The Chanfrughen è diventato Trattamento Sociale Obbligatorio.  
Con l'aiuto dei componenti del gruppo abbiamo andorese siamo andati alla scoperta di "Shah Mat". 



Ragazzi, iniziamo dal nome della vostra band. Cosa significa Chanfrughen e dove lo avete pescato?

Chanfrughen: «A questa domanda rispondiamo insieme, all'unisono, perché siamo sulla stessa barca. Il nome non significa nulla ma nello stesso tempo contiene un suono, un modo di essere e non essere, un modo per definire la nostra attitudine al rumore, all'unione di generi, suoni e cianfrusaglie. Come abbiamo sempre dichiarato, dobbiamo il nostro nome ad un geometra andorese che ancor prima della nostra nascita definiva così noi musicisti».

Incontro fortunato quindi. Passiamo a parlare del vostro secondo disco che si intitola "Shah Mat", espressione di derivazione persiana che descrive una situazione del gioco degli scacchi: il re è morto o meglio scacco matto. Qual è il vostro re morto?

Guardone: «Il re morto non è per me una persona isolata che nella sua torre muove i fili del suo popolo. Esso è morto da tempo facendo spazio a nuove figure che con meno visibilità e più arroganza ci impongono regole da seguire».
Risso: «Ai giorni nostri i re morti sono tanti, si susseguono in continuazione. Un po' li ho uccisi io, un po' si sono autoeliminati. La realtà è un creatura multiforme, bisogna imparare a non avere un re che ci guidi».
Bacher: «Son d'accordo con Gianluca, credo ci siano modi alternativi, più passionali, per vivere al meglio. Recentemente ho scoperto la figura del broker telefonico».

Come si sono svolte le registrazioni?

Bacher: «Il disco è stato registrato in larga parte in presa diretta nell'arco di tre giorni trascorsi al Greenfog Studio di Genova. Ci siamo chiusi tutti in una stanza, come una volta, per cercare di ricreare le atmosfere live dei brani, consapevoli che questo approccio ben si adattava alla nostra attitudine seventies».

Come è cambiato il suono del gruppo con l'inserimento di Agostino Macor?

Chanfrughen: «Intanto diciamo che è un gran simpaticone, molto bravo con i calembour. L'apporto di Ago è stato importante perché coi suoi vari ammennicoli - synth, organo, rhodes, clavinet - ha edulcorato il nostro suono e ci ha permesso di trovare nuove idee per spaziare nei nostri pezzi vecchi e nuovi».

Chi di voi scrive i testi?

Guardone: «Li scrivo io cercando con le mie poche capacità di unire i testi in italiano alla metrica, spesso abbastanza complessa. Suonando anche il  basso, oltre che cantare, devo adattare le parole con un taglia e cuci stile uncinetto. Si parte di solito da un personaggio o da una storia che ci piace o troviamo interessate e poi la sviluppo».

Quali sono le fonti che più hanno ispirato la scrittura delle vostre canzoni?

Chanfrughen: «Siamo partiti da una idea di rock energico e ruspante alla Jon Spencer per poi ritrovarci a suonare in diversi modi, con parti varie che sfiorano il prog, l'acidità chitarristica alla Hendrix, i testi provinciali alla Conte, le ritmiche alla Fela Kuti. Un melting pot che cerca di accontentare tutti i nostri palati, per la verità molto diversi tra loro».

Perché avete deciso di iniziare il disco con una ouverture?

Bacher: «In realtà è nata come parte integrante di "Belize". La canzone prende forma pian piano. Ci piaceva l'idea di un brano che lasciasse all'ascoltatore il tempo di capire di cosa si trattasse. Ci piaceva questa idea di artigianalità delle canzoni, speriamo venga fuori».

Nonostante arriviate dalla provincia nelle vostre canzoni parlate di luoghi lontani: Belize, Armenia, Mar Nero, Samarcanda. Perché vi siete spinti così lontano?

Bacher: «Perché come direbbe Conte: ‹se non ci sei mai stato in un posto lo descrivi meglio›».
Guardone: «Ci piace parlare di perle nascoste, personaggi fuori dal coro. Lontano o vicino, poco conta, è importante l'interesse verso il soggetto».

Chi è il protagonista della canzone "Delle Fave" che dopo aver sparso sangue durante la guerra in Bosnia ha trovato una fine ingloriosa nelle sigarette Marlboro?

Risso: «È Carlo Delle Fave, un folle che in mancanza di sbocchi di vita a Bordighera diventò un mercenario pluriomicida. L'idea di raccontare questo personaggio è nata vedendo il docufilm "Sono stato Dio in Bosnia" che racconta appunto l'epopea di Delle Fave che fece fortuna durante la guerra nell'ex Jugoslavia. Il paradosso è che andò pure in televisione a raccontare la sua storia e Toto Cutugno disse di lui che era un brav'uomo. Persino lo stesso Delle Fave ha sempre evitato di definirsi così. Nulla di più facile nella società dai miti distorti. Si lasciò morire con uno stile di vita autodistruttivo, forse si pentì di quello che aveva combinato in vita».

In "T.S.O." avete trasformato il trattamento sanitario obbligatorio, balzato tristemente alla cronaca negli ultimi tempi, con il trattamento sociale obbligatorio. Per voi dove sta la pazzia?

Guardone: «È folle creare regole che ghettizzano persone dalla sensibilità superiore. C'è la tendenza a ridicolizzare i più sensibili per non dover ammettere sbagli e superficialità di noi cosiddetti normali».

Una canzone l'avete dedicata anche ai "Parassiti", razza umana ben difficile da sconfiggere…

Guardone: «Sono i classici personaggi che trovi sempre inchiodati al bancone del bar, quelli che dai loro racconti ti sembrano che vivano in un romanzo di Jack London però poi li trovi sempre lì».

Le vostre canzoni sono molto attuali. In "Shah Mat" fate riferimento anche al tragico problema dei profughi: ‹…pazzi d'occidente incontrano chi scappa da levante addosso la miseria della storia, bloccati dalla fame e dalla soia mentre noi... ad ovest... grosse quantità di oppio e derivati, ci consumiamo negli orari sbagliati›. Qual è la vostra idea della situazione attuale?

Chanfrughen: «Non vogliamo occuparci di politica, ci limitiamo nel nostro piccolo a descrivere la realtà. I mercanti che  percorrevano la via della seta compravano le merci migliori arricchendosi e noi ora, dopo millenni di furti, ci lamentiamo di persone che cercano soltanto una parte di vita che gli abbiamo sottratto».

Ho lascito per ultima "Belize" di cui è uscito uno splendido video. Descrivetemi questa canzoni dai confini così lontani…

Bacher: «Il video è stato girato in tre diverse location: a Bergeggi, sul Monte Beigua e al teatro Altrove a Genova. Diciamo grazie a tutti i nostri collaboratori che si sono fatti in quattro per noi e hanno subito anche dei furti sul Beigua! Ma non si sono fermati davanti a nulla».
Guardone: «Il Belize mi ha sempre incuriosito. Un piccolo paradiso fiscale, fuori dai grandi giri, un incrocio di razze e sentimenti, una piccola favola vista oceano, quelle terre romantiche dove vedresti bene Corto Maltese ad accompagnarti».


Titolo: Shah mat
Gruppo: The Chanfrughen
Etichetta: Molecole Produzioni
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi Gianluca Guardone, musiche The Chanfrughen)

01. Voodoo belmopan (ouverture)
02. Belize
03. Parassiti
04. Rhum, spezie, sciac trà
05. Shah mat
06. T.S.O.
07. Delle Fave
08. Limonov



martedì 12 gennaio 2016

Le Mosche augurano "Boa Viagem Capitão"




L'album "Boa Viagem Capitão" segna l'esordio discografico de Le Mosche, formazione che nasce a Bologna ma che guarda a orizzonti molto più ampi. Nelle nove canzoni scritte da Giampiero Lupo, brindisino di nascita, si possono rintracciare i migliori insegnamenti della canzone d'autore doc, influenze jazz, elettroniche e stimolanti inserzioni di musica popolare dell'Italia meridionale. La forte impronta culturale del sud Italia si sposa alla scelta di cambiare continuamente registro e di affidarsi a soluzioni che in alcuni frangenti lasciano piacevolmente spiazzati. Si passa con estrema facilità da canzoni cantate in francese ad altre in italiano o inglese. Non manca un episodio di canzone tradizionale come la rielaborazione del famoso brano pugliese "La rondinella", cantato in dialetto brindisino.
Filo conduttore del disco è il viaggio, non solo fisico ma visto anche come continuo cambiamento e mutare dell'esistenza umana. Emblematica la scelta del gruppo di aprire e chiudere il disco con due recitativi (voce narrante di Simona Sagone) che segnano alla perfezione l'inizio e la fine, per ora, di questa prima esplorazione del mondo e del genere umano.
Un disco piacevole, dal sapore mediterraneo con qualche spruzzata di ritmica sudamericana, che è una buona base di partenza per un viaggio la cui storia è ancora tutta da scrivere e la cui destinazione per ora è ignota.
Le Mosche sono Giampiero Lupo (voce, synth, chitarre, organetto, mandola, castagnole e loops), Mirco Mungari (clarinetto, saz, bouzouki, oud, tamburi a cornice e friscaletto), Giovanna Merico (sax e tamburo a cornice), Lorenzo Mattei (basso e darbouka). Ospiti del disco sono la cantante Claudia De Candia sul brano "Nui" e il batterista Tiziano Schirinzi.
In questa intervista Lupo e Mungari presentano il loro progetto.



Chi sono Le Mosche?

Mungari: «Siamo un gruppo folk-cantautorale che unisce la musica dei cantautori italiani con la tradizione mediterranea, l'elettronica e il jazz».

Quali sono state le vostre esperienze artistiche prima di questo disco d'esordio?

Mungari: «Ricordiamo con affetto un minuscolo garage alla periferia di Bologna, la "saletta", come usavamo chiamarla, in cui davvero tutto è cominciato. Un'estate e un inverno di prove, esperimenti, chiacchiere, litigi, sogni a occhi aperti, duro lavoro: nell'afa e nel freddo si cementava la nostra amicizia e il nostro rapporto artistico. Tutti noi venivamo da esperienze artistiche molto diverse. Giampiero e Lorenzo dal cantautorato e dal rock indipendente, Giovanna dal jazz e io addirittura dalla musica antica e da alcune esperienze di ricerca nella musica etnica».

Dopo questo inizio come è proseguita la vostra avventura nel mondo della musica?

Lupo: «Una volta formatosi, il gruppo è stato impegnato in diversi concerti a Bologna e anche fuori. Durante l'estate 2012 abbiamo autoprodotto una demo di cinque tracce contenenti canzoni inedite e due brani popolari rivisitati. La demo si intitola "Il mio piccolo segreto" e ha visto la collaborazione del sassofonista agrigentino Andrea Francesco Manno. Nel 2013, Le Mosche hanno partecipato con successo a "Musica nelle aie", manifestazione che ha visto l'esibizione di una selezione di gruppi locali per le strade di Faenza. Frutto di questa esperienza è stata la collaborazione con l'etichetta Galletti-Boston che ha selezionato un nostro brano presente nella demo "Il mio piccolo segreto" e lo ha inserito nella compilation "Musica nelle aie 2013". Dopo tanti concerti e tanta esperienza di lavoro in studio, ha visto la luce il primo album della band, "Boa Viagem Capitão", un concept album di dieci canzoni, nove inedite e una della tradizione popolare salentina rivisitata. Il filo conduttore dell'album è il viaggio con le sue mille sfaccettature, narrato attraverso le storie di dieci piccoli invisibili eroi».

Come è nato "Boa Viagem Capitão"?

Mungari: «L'idea di registrare un album sul concetto del viaggio è maturata durante la scelta delle canzoni da inserire nella scaletta del cd. Ci siamo accorti che tutte le canzoni scelte avevano il viaggio come filo conduttore. Ci è sembrato quindi naturale pensare a un concept album che avesse  un incipit, il testo narrato di "Boa Viagem Capitão", delle storie ed un finale, il testo narrato di "Boa Viagem Capitão (outro)". Tecnicamente parlando, l'album è stato registrato da Giampiero Lupo in diverse location, mixato al Pure Rock Studio di Brindisi da Nanni Surace e masterizzato al Nautilus di Milano».

Filo conduttore del disco, si diceva, è il viaggio ma mi piace allargare il discorso al movimento, all'evoluzione. Lo trovi corretto?

Lupo: «Direi senz'altro di sì. Il mutamento è proprio della musica in sé, ed è il presupposto da accettare in ogni esperienza artistica. Non si può viaggiare senza cambiare e cambiarsi, senza evolvere nel senso più semplice del termine: ovunque tu stia andando, il viaggio agisce su di te, e quando arrivi sei una persona diversa rispetto a quando sei partito. Viaggiare significa voler cambiare».

Anche il mare è uno degli elementi più ricorrenti nelle vostre liriche. Che rapporto avete con questo elemento?

Lupo: «Il nostro è un rapporto molto profondo con il mare. È un elemento fondamentale nel viaggio e di questi tempi purtroppo è legato anche al bisogno di alcuni di affrontarlo, con tutti i pericoli che questo comporta, per sfuggire a guerra e fame. Nel nostro piccolo abbiamo voluto raccontare anche questa storia».

Nel disco troviamo canzoni cantate in francese, in inglese, recitativi e anche musica tradizionale. Perché avete voluto variare così tanto nella proposta artistica?

Mungari: «In realtà, non ci siamo preoccupati molto dell'eterogeneità della proposta artistica. Semplicemente ci siamo voluti esprimere nel linguaggio che ci era più congeniale, sia esso narrato o in una lingua diversa dall'italiano. In alcuni casi, si veda "L'aviateur", la storia che viene raccontata decide la lingua da utilizzare. La canzone citata parla appunto di una donna algerina che fugge dall'atrocità della guerra di indipendenza dalla Francia. O in "Nui", un brano che racconta di una donna salentina che vede partire il suo compagno per la guerra».

Non pensi che tutta questa eterogeneità possa rendere difficile all'ascoltatore inquadrare il vostro stile?

Mungari: «Probabilmente è vero, non è facile inquadrare il nostro stile. La cosa però è in parte voluta, perché non amiamo essere costretti all'interno di un solo genere musicale. Inoltre, riteniamo che ciò che mette insieme le diverse proposte artistiche sia appunto il sound che ci caratterizza e che in qualche modo accomuna i diversi pezzi del nostro repertorio».

Perché avete scelto di aprire e chiudere l'album con due recitativi?

Lupo: «Per suggerire una struttura circolare, un frame che traccia anche un percorso. Un inizio e una fine che non coincidono ma si richiamano a vicenda. Inoltre, i due recitativi introducono il tema che accomuna le storie narrate nell'album e chiudono invece con una voce di speranza, forse non una vera chiusura ma un invito a prendere coraggio ed iniziare un nuovo viaggio».

Nel disco proponete una rilettura di "La rondinella", brano della tradizione cantato in dialetto. Che rapporto hai con la musica tradizionale? La ritieni ancora fonte di ispirazione?

Lupo: «Assolutamente sì. Siamo tutti consapevoli di quanta parte della musica tradizionale abbia ispirato la musica odierna di tutti i generi. Il nostro rapporto con la musica tradizionale non è strettamente filologico, ma ci piace prenderla come una fonte di ispirazione per esplorare nuove strade, sia nella tavolozza sonora, con l'utilizzo di strumenti etnici e tradizionale, sia nell'arrangiamento, cercando di modernizzare, senza stravolgere, armonie antiche».

In "Boa Viagem Capitão" cantate: ‹Viaggiare è un atto di tremenda  arroganza, di dolce e inevitabile assurdità›. Vorrei che mi spiegassi questa affermazione…

Lupo: «Come dicevo prima, viaggiare coincide con cambiare. L'atto del cambiamento è insieme un rischio e una responsabilità; chi parte sa di dover mettere qualcosa in discussione, e partendo accetta la rottura col passato. Partire presuppone una decisione, una scelta, e comunque una cesura; qualcosa che era quotidiano viene condannato a diventare ricordo, e qualcosa che era immaginazione è costretto a diventare realtà di ogni giorno. Per viaggiare bisogna correre il rischio dell'abitudine nuova e dell'amore per essa».

In "Santa Lucia" raccontate in pochi versi drammatici lo stato d'animo di una persona che decide di cambiare sesso. Argomento non facile da trattare. Come è nato questo testo?

Lupo: «Il testo è dedicato a una mia amica e l'idea in particolare nasce dal concetto dell'esclusione. Una esclusione che nasce dall'orientamento sessuale e dalla decisione di cambiare sesso. Una volontà che nella nostra società è purtroppo causa di segregazione ed emarginazione. Tuttavia scrivendo il testo ho voluto sottolineare che l'esclusione è spesso superata attraverso l'inclusione all'interno di un gruppo anch'esso soggetto all'emarginazione. La nostra eroina, così come è avvenuto nella realtà, ha trovato sostegno tra gli emigranti che come lei hanno dovuto lasciare la propria casa. È per questo che si immagina, con poca modestia ed un po' di trasgressione, Santa Lucia, patrona transgender degli emigranti».

Perché in copertina avete scelto di rendere omaggio a Salgueiro Maia, l'eroe della Rivoluzione dei Garofani del 1974 in Portogallo?

Lupo: «L'idea è nata in noi da un'inquadratura di un film. Una colonna di carri armati sta per entrare nel centro di Lisbona all'alba del 25 aprile 1974, portando nel vivo la Rivoluzione dei Garofani; i mezzi però si arrestano davanti ad un semaforo rosso. Un giovane capitano domanda stizzito il perché di quella sosta, e un soldato imbarazzato gli risponde che ‹c'è il semaforo rosso, capitano. Non dobbiamo dare nell'occhio›. Per noi quella scena surreale è una sorta di archetipo di ogni viaggio impossibile, assurdo, scomodo. Quel giovane capitano dal volto pacifico era Fernando José Salgueiro Maia, l'eroe silenzioso della rivoluzione portoghese, colui che con la sua mite pazienza riuscì a riportare la democrazia nel suo paese senza sparare una pallottola, e finì dimenticato nell'ingratitudine senza mai reclamare nulla. Ci sembrava doveroso omaggiarlo in qualche modo, perché una delle prime scintille che hanno dato vita all'idea del nostro album è scaturita proprio dai discorsi su quella irreale rivoluzione, sul viaggio interiore di una generazione di capitani di vent'anni che scelgono di non sparare più un colpo seguendo le loro coscienze».

In quasi tutti i testi delle canzone ho scorto un fondo di amarezza e disillusione. Solo nel recitativo finale sembra esserci speranza per il viaggiatore...

Lupo: «Veniamo dal sud, anche il bassista ormai si sta adeguando. Il disincanto, la fatica del quotidiano, l'emarginazione più o meno palese fanno parte del nostro vissuto e della memoria delle nostre terre. Il viaggio, per chi viene da sud, è anche una terribile necessità di vita. Nel nostro piccolo noi quattro siamo tutti in qualche modo emigranti, abbiamo dovuto accettare il viaggio e il cambiamento per costruire i nostri sogni. Questo si riverbera nella nostra musica, insieme con la speranza, esile ma tenace, che ogni viaggio porta comunque con sé».

Dove vi porterà il vostro viaggio?

Mungari: «Kavafis diceva: ‹Quando parti per Itaca devi augurarti che il viaggio sia lungo / fertile in avventure ed esperienze›. Non ci domandiamo, oggi, dove approderemo; preferiamo goderci il paesaggio dal ponte di prua e imparare qualcosa in ogni porto in cui getteremo l'ancora».



Titolo: Boa Viagem Capitão
Gruppo: Le Mosche
Anno di produzione: 2015
Etichetta: New Model Label

Tracce
(musiche e testi di Giampiero Lupo, eccetto dove diversamente indicato)

01. Boa Viagem Capitão
02. L'aviateur (Nuara)
03. Santa Lucia
04. Una mattina
05. Renata
06. La rondinella  [tradizionale]
07. Nui
08. Ritorni
09. La vertigine azzurra
10. Boa Viagem Capitão (outro)



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