giovedì 23 marzo 2017

"Nel momento", Vitrone fissa le sue umane visioni





Vitrone è tornato e ha voglia di raccontare. A quattro anni di distanza dal precedente “Piccole partenze”, il cantautore casertano pubblica “Nel momento”, un disco in cui emerge l’urgenza di comunicare, di esprimere il proprio pensiero e di fissare concetti e idee. Una tale urgenza comunicativa avrebbe potuto condizionare il nuovo lavoro e invece quello che ne è venuto fuori è un album compatto e solido che musicalmente, rispetto al precedente lavoro a suo nome, sposta con decisione il baricentro verso il rock. Otto brani, cinque dei quali inediti, trovano la giusta collocazione grazie al tappeto sonoro costruito da musicisti di indiscusso valore come Mimì Ciaramella, storico batterista degli Avion Travel, capace di incidere con il suo drumming moderno, i chitarristi Gianpiero Cunto e Dario Crocetta, il bassista Roberto Caccavale e poi Almerigo Pota, al basso in "Oltre il buio", e Alessandro Crescenzo, piano e arrangiamento in "Nel momento". Musicisti che non si limitano ad eseguire la partitura ma partecipano attivamente agli arrangiamenti dei brani, sempre "puliti" e allo stesso tempo ricercarti, facendo diventare il lavoro di Gennaro Vitrone quello di un collettivo in grado di esprimersi sempre su alti livelli artistici. Tra le gemme di questo disco c'è la canzone "Oltre il buio", in cui la partenza e il viaggio, temi che si confermano essere centrali nella poetica di Vitrone, vengono resi nella loro drammatica attualità. "Nel momento" è una bella istantanea del tempo in cui viviamo che deve essere fissato per non perderne memoria o peggio per non essere cancellato frettolosamente con un semplice click.  
Con Gennaro Vitrone abbiamo approfondito il discorso sulla nascita e sul significato del nuovo album.



Gennaro, "Nel momento" è il tuo secondo disco solista. Quando hai capito che era arrivato il momento di tornare in sala di registrazione?

«In realtà si era pensato ad un album realizzato live in studio che racchiudesse alcuni brani dei dischi precedenti. Live lo è diventato parzialmente perché nel frattempo sono nati cinque brani nuovi. La possiamo chiamare urgenza comunicativa».

Valige che si chiudono, partenze, stazioni, treni, pendolari, aeroporto… Il movimento e il viaggio restano una costante nella tua scrittura. Cosa ti affascina e come vivi personalmente questa situazione?

«È così, a volte non me ne rendo conto ma è una costante. Il viaggio, il movimento rappresentano la forza, la voglia, il bisogno di mettersi in gioco, di confrontarsi».

Musicalmente, rispetto al precedente lavoro, hai impresso una accelerata rock ed elettrica al tuo nuovo disco. Ritieni che questo sia l'ambito in cui la tua poetica possa esprimersi al meglio?

«Mi ritengo un musicista rock, negli anni '80 e nei primi anni '90 ho suonato in una hard rock band, poi negli anni a seguire ho cercato di sviluppare un mio linguaggio vestendo spesso i miei brani con arrangiamenti elettroacustici, è così anche nell'ultimo album in cui però la componente rock è più marcata».

Curioso come agli arrangiamenti delle canzoni da te scritte abbiano collaborato tutti i componenti del tuo gruppo…

«Questo è un collettivo, c'è una band che ha lavorato ai brani cercando soprattutto un suono. Effettivamente in sala tutti hanno dato il loro contributo, il resto lo ha fatto Giuseppe Polito, giovane produttore napoletano, Marco Sfogli, attuale chitarrista della PFM, in veste di fonico e amico, e Pompeo Zitiello proprietario di uno dei due studi dove abbiamo lavorato, scomparso prematuramente due mesi dopo le riprese, gli devo tanto, era una persona stupenda. E poi alla produzione e precisamente al mastering ha lavorato Vittorio Remino, bassista negli Avion Travel nell'album "Danson metropoli" dedicato a Paolo Conte».

Perché hai voluto ripresentare con una nuova veste due canzoni che abbiamo già ascoltato nel tuo disco precedente? E parlo di "Piccole partenze" e "Torno al giardino".

«Perché con i nuovi arrangiamenti i brani hanno indossato nuovi vestiti. È successo con "Piccole partenze", con "Torno al giardino" ma anche con tutti i brani del repertorio che suoniamo live, tutto decisamente rock».

Cosa ti fa pensare che le nuove versioni siano più azzeccate?

«Trovo interessante sia le versioni dell'album precedente che queste, sono altri punti di vista e di approccio».

L'ultima volta che ci siamo sentiti, in occasione dalla presentazione di "Piccole partenze", avevi accennato alla possibilità di andare in tour con Mimì Ciaramella, batterista storico degli Avion Travel. Ora lo troviamo tra i crediti del disco…

«Mimì è entrato nella band nel 2013 ma avevamo già suonato insieme nel 1994, quindi ci conosciamo da tempo. Lui rappresenta il vero valore aggiunto. Il suono e l'atmosfera che si respirano nell'album sono anche opera sua, noi lo abbiamo seguito. Se ascolti attentamente i brani si nota che spesso partono proprio dal suo groove, un drumming incredibile ed estremamente moderno. Del resto tutti gli Avion Travel sono dei grandissimi musicisti, una delle poche band italiane che ha ancora tanto da dire».

La tua è una scrittura per certi versi minimalista, fatta di metafore ma anche con un occhio ai drammi di oggi. E parlo della canzone "Oltre il buio" in cui è protagonista un giovane migrante che cerca di entrare in Europa nascosto in una valigia…

«Assolutamente minimalista, io lavoro per sottrazione. Cerco di soppesare le parole, di provare a scavalcare una certa retorica e nello stesso tempo provo a non perdere mai di vista la musicalità di una parola, il suono stesso di una certa parola che mi può interessare più di altre. Quando scrivo parto sempre dal testo, successivamente nasce la melodia. La storia di questo piccolo migrante, in "Oltre il buio", mi ha commosso, confesso che quando ho letto, qualche anno fa, l'articolo che parlava di questa storia ho pianto lacrime amare. Ho dei figli sono ancora più sensibile, mi sono immedesimato e ho scritto il testo descrivendo semplicemente il fatto, poche parole mettendo l'accento su ‹senti l'indifferenza l'assenza›».

In "Il finto fioraio" racconti di questo fioraio che vende fiori di plastica e stoffa che non hanno profumo e condannati a non appassire. Trovo che sia una bella metafora della società dell'effimero, dell'apparire…

«Sì, lo spunto nacque leggendo una biografia bellissima su Anna Magnani. Lei diceva, lasciate stare le mie rughe, c'è voluta una vita per averle. A queste parole bellissime ovviamente si contrappone la società dell'effimero con le sue brutture».

Tanti viaggi, alcuni ritorni e l'attimo da non farsi scappare. In "Nel momento", scatti questa istantanea che ha lo stesso nome di un libro di Andrea De Carlo…

«"Nel momento", cogli l'attimo, la vera essenza della vita. Andrea De Carlo come Erri De Luca che pure cito con "La musica provata" sono scrittori così diversi e che amo tantissimo. "Tecniche di seduzione" di De Carlo, non so quante volte l'ho riletto. Erri De Luca ti invita a riflettere, vuole essere la tua coscienza, mi ricorda tanto Pasolini, sempre contro, costi quel che costi».

Curiosa la copertina che ritrae un uomo stilizzato intento a saltare dentro una scatoletta di sardine. Perché l'hai scelta e cosa significa?

«La copertina è di Giacomo Montanaro, un artista che stimo molto. È di Torre del Greco, vicino Napoli, lavora con tecniche incredibili, oltre ai colori usa gli acidi, le muffe, crea queste opere che nella musica potremmo definire dissonanti. In questo caso il suo lavoro nasce dalle olimpiadi domestiche, il gesto di un atleta alle prese con un oggetto di uso domestico, immortalato proprio "nel momento" di massima tensione».

Come porterai queste canzoni in tour?

«Il live, come ti accennavo, è decisamente rock, grande attenzione ai suoni, questo con la band al completo. Ci saranno ovviamente degli showcase acustici per le radio, negozi di dischi e librerie dove ci esibiremo in trio, chitarre acustiche e voci. Andiamo dove ci portano le canzoni, viaggio e movimento, come vedi tutto torna».



Titolo: Nel momento
Artista: Vitrone
Etichetta: G Records
Anno di pubblicazione: 2017

Tracce
(testi e musiche di Gennaro Vitrone, eccetto dove diversamente indicato)

01. Respira
02. Piccole partenze
03. Oltre il buio
04. Una ragazza di oggi  [Vitrone; Fuschetti]
05. Torno al giardino
06. Il finto fioraio
07. Il pendolare
08. Nel momento

video

venerdì 17 marzo 2017

"Malaccetto", questione privata di Ugo Cattabiani





Quando ho preso in mano per la prima volta "Malaccetto", il nuovo disco di Ugo Cattabiani, mi sono chiesto il significato di quel cuore rosso ferito e medicato con due semplici cerotti incrociati a formare una X. Un cuore ridotto in sofferenza dagli eventi della vita o un simbolo di centralità? Ho provato ascoltando il disco a capire quale di queste due visioni potesse essere quella giusta. La verità, come spesso accade, è proprio al centro, dove appunto è raffigurata la X. Se nella poetica del cantautore parmense si colgono i segni evidenti di una certa disillusione e sofferenza interiore è anche vero che la via d'uscita c'è e la si può trovare nel cuore, nella passione e nella vita stessa. Soprattutto in una sguardo interiore capace di portare ad una riconciliazione con se stessi e ad una ripartenza, magari artistica come appunto in questo caso. "Malaccetto" è un disco estremamente godibile, dal punto di vista prettamente musicale gli arrangiamenti si legano perfettamente ai testi. Siamo di fronte ad un album vivace la cui ricchezza trasmette emozione, al contrario di quello che dicono certi addetti ai lavori nei riguardi della produzione dei giovani cantautori, ma questa è un'altra storia.
Alla realizzazione del disco hanno collaborato Daniele Morelli (chitarre acustiche), Corrado Caruana (chitarra acustica), Oscar Abelli (batteria), Gabriele Fava (sax), Alessandro Mori (clarinetto), Antonio Menozzi (contrabbasso), Domenico Maisto (pianoforte), Andrea Trevisan (armonica), Maxx Rivara (synth), Federico Del Santo (chitarra elettrica), Giovanna Dazzi e Ross Volta (cori).
Con Ugo Cattabiani abbiamo parlato naturalmente del disco ma anche di molto altro, a cominciare dall'amicizia con Andrea G. Pinketts che ha collaborato in un episodio del disco.



Ugo, iniziamo subito dal titolo del tuo nuovo disco, "Malaccetto". Può essere letto in due modi, quale è più aderente al tuo sentire e perché?

«Malaccetto è lo status di chi riceve incornate in un angolo cieco dell'arena, dove lo sguardo del pubblico non può arrivare. Nessun boato, nessuna suspense: sei alle strette, incalzato da te stesso, e capisci di esserti ficcato in un brutto guaio. È, per dirla con Fenoglio, una questione privata. Il cantautore tende a chiudersi nel ghetto dell'autoreferenzialità, e anch'io a un certo punto ho temuto di essermi incastrato da solo. Quando vado nei locali e vedo una band che fa battere il piede alla gente, mi prende l'ansia di aver sbagliato tutto. Ci sono musicisti straordinari in giro, artisti che vivono sull'orlo dell'indigenza per fare quello che sanno fare molto meglio di me. Per un certo periodo ho rifiutato il mio ruolo – quello di chi se la scrive e se la canta – perché mi restituiva la sensazione di essere fuori posto, nel contesto sbagliato. Malaccetto, appunto. Il problema è che non riesco a fare a meno di produrre canzoni: è una questione di sopravvivenza che non ha nulla a che vedere con il sostentamento. Più che di capacità o talento, nel mio caso parlerei di tara. Per questo, nonostante il disagio che mi provoca, vado avanti. Odio questa mia propensione allo psicodramma ma l'accetto».

Passiamo alla copertina con quel cuore incerottato che colpisce subito l'osservatore. Penso che abbia un significato quel cuore ferito…

«Il cuore incerottato nasce come intuizione di Luca Soncini, artista visivo e pittore parmigiano, uno dei creativi che hanno lavorato alle grafiche del disco (gli altri sono Leonardo Barbarini e Lorenzo Castellan). L'idea di una ferita che non si rimargina, che può solo essere tamponata, mi ha conquistato all'istante. Penso che Soncini abbia sintetizzato e reso evidente il sentimento da cui nasce il testo di "Malaccetto". È una canzone in cui non dico "io" ma "tu": si rivolge a chiunque abbia vissuto un certo tipo di scorno. Un pittore che prova a vivere della propria arte sa di cosa parlo. Vi rimando al sito, pieno di fantastiche visioni, www.lucasoncini.com».

In una sorta di presentazione che tu fai all'album dici che queste canzoni hanno tamponato alla bell'e meglio l'emorragia. Cosa intendi?

«"Malaccetto" non è un concept; non ho scritto le canzoni con un disegno a priori; eppure la tracklist finisce per raccontare una storia. Ho apportato modifiche ai testi (alcuni riscritti di sana pianta) quando già le registrazioni erano in fase inoltrata, proprio perché mi si stava chiarendo una meta a cui avrei voluto portare tutte e dieci le tracce. Quella meta era ed è il superamento dell'angoscia di girare a vuoto, di sprecare tempo ed energie senza centrare mai l'obiettivo: quello di comunicare col pubblico. L'emorragia è una falla esistenziale che solo la scrittura di nuove canzoni può tentare di tamponare. Il finale con "Bob della Zena" lascia aperto uno spiraglio di riconciliazione con me stesso, come il girotondo felliniano che chiude "8½"».

Nelle dieci canzoni del disco, o meglio cicatrici come le definisci tu, getti lo sguardo verso un passato pieno di speranze che poteva essere ma che non è stato. Una vena di amarezza affiora nel presente. È così o i miei ascolti serali mi hanno tradito?

«Il fallimento è necessario preludio al senso. L'amarezza per "ciò che non è stato" l'ho superata scrivendo il disco, anche se ogni tanto riaffiora quando suono dal vivo. Forse, alla soglia dei quaranta, accuso un poco di disillusione sulle mie reali capacità di portare avanti questo mestiere. Continuo a farlo perché adoro le persone che lo praticano, persone che non troverei in nessun altro ambito lavorativo. Sai, mi ci vorrebbe un manager, non sono proprio capace di vendermi. I miei cd li regalerei tutti, se potessi. Sono al terzo disco da indipendente e mi spaventa il fatto che potrebbe non essere l'ultimo. Ogni release, stesso copione: dopo un timido arrembaggio che serve da pretesto per ubriacarmi con la ciurma, sfascio il timone e rinuncio alla direzione. Vale la pena, per un piccolo cabotaggio, pagare un prezzo così alto? La risposta è sì, perché non conosco altri modi per procurarmi cicatrici. Si pensa che l'arte possa consentire di superare un certo disagio, restituendo al limite un attestato di nobile sconfitta. Bah! Si cerca sempre di vincere o di convincersi che si è perso ingiustamente. Ciò non toglie nulla all'ambizione di migliorarmi, magari imparando una buona volta a cantare o – più ragionevolmente – a dedicarmi alla scrittura di canzoni per altri».

E poi sorprendi con questa inaspettata collaborazione con Andrea G. Pinketts nel brano "Mi piace il bar". Come è nata l'idea e cosa ci puoi raccontare del personaggio?

«Pinketts è una vera rockstar. Incarna un sublime menefreghismo verso l'ordine costituito, ma è anche un raffinato gentleman dal galateo impeccabile, un colto uomo di mondo. Il personaggio è tutt'uno con lo scrittore e, nelle meravigliose rare volte che lo frequento, con l'uomo. Il bar è come la nazionale di calcio, Facebook o Sanremo: siamo tutti allenatori, filosofi, esteti, filantropi, amatori, politologi, intenditori di vino e collezionisti di musica. Chi più parla, meno ne sa. Poi ci sono gli agenti sotto copertura: sai, quelli che devono bere per infiltrarsi tra gli alcolisti e smascherare il pesce grosso che traffica in stronzate. E quando dico stronzate intendo proprio stronzate: chi traffica in esistenze fasulle. Pinketts, agente sotto copertura, ha scritto un piccolo grande compendio capace di spazzare via ogni retorica sul bar, costruendo un romanzo sull'unico protagonista possibile in quel contesto: se stesso. Quel libro s'intitola "Mi piace il bar" ed è introdotto da una ballata omonima. Il mio lavoro si è limitato a scovare la colonna sonora sottesa a quei versi. Serviva swing, il rimando agli anni del proibizionismo e al piacere di bere di nascosto, sotto copertura».

Cosa rappresenta nel tuo immaginario il bar?

«La vita da bar è la vita che guardi e che ti guarda allo specchio oltre il bancone, e se sai leggere con onestà tra i fumi dell'alcol puoi trovarci eroismo e miseria – separati, abbinati o entrambi assenti – ed è inutile vantarti con gli altri avventori perché conta solo quello che pensa di te il barista: l'unico che, se ti dà credito, ti fa credito».

In "Odette" scrivi ‹Tutto ciò che non mi rende più forte mi uccide›. Qual è il significato di questo verso?

«Odette è un'eroina da romanzo ottocentesco e, come in ogni romanzo ottocentesco che si rispetti, l'eroina – certificata dalla nostra contemporaneità come droga letale – o si uccide o s'insinua mellifluamente nell'organismo di chi la ama, uccidendolo. Ci sono uomini che continuano a vivere nonostante siano stati uccisi, oserei dire sepolti, dalla propria eroina. Il mio intento era di scrivere una canzone su questi uomini inchiodati dalla bellezza e sensualità, incapaci di uscire dal tunnel della dipendenza amorosa, pur sapendo che non saranno mai contraccambiati. Amare è faticoso, perciò a una certa età si tirano i remi in barca: il fisico non regge. C'è un limite oltre il quale non si può andare, in amore, ed è forse meglio non arrivare a sperimentarlo. L'amore scema sia per troppa distanza che per troppa frequentazione. Come conservarlo? Bisognerebbe guardarsi «per la prima volta». Un bel grattacapo. Il più delle volte ci si accontenta di un ricordo struggente, che in ogni caso è preferibile allo smacco dell'amnesia o – peggio – all'indifferenza nei confronti della persona che abbiamo amato alla follia. La forza sta nella capacità di lasciarsi alle spalle un amore senza smarrirne la memoria; nel caso non ci si riesca, una parte di noi è destinata a morire».

‹Questo tempo ha il maleficio di inchiodarti a dicerie di laide deliranti profezie› è un verso di "Notte d'artificio" che trovo descriva efficacemente un aspetto della società virtuale in cui troppo spesso ci rifugiamo…

«Ti ringrazio per il complimento. Sì, è vero, nel chiacchiericcio virtuale il delirio di una mente disturbata trova altre menti disturbate pronte ad amplificarlo. "Notte d'artificio" l'ho scritta di getto la scorsa estate, dopo l'attentato sul lungomare di Nizza, senza però l'intento di commemorarne la strage bensì come soluzione personale a una profondissima tristezza che mi aveva colpito per tramite di quei fatti. Possibile che certe cose accadano a pochi chilometri di distanza senza che «le onde di uno stesso mare» si tingano di rosso? L'indignazione per un assassinio stupido e inutile mi ha riempito di rabbia ma anche di pietà per la bestia umana che è sempre pronta a dimostrare il suo vizio di fabbrica. La distorsione della realtà permea ogni ambito del quotidiano. Sui social non siamo che un'icona e un nickname, trollati da falsità e faziosità, noi stessi preda di violenza verbale, pedine di un gioco che fingiamo di capire, come i birilli abbattuti da un autista convinto di interpretare "il giusto". Quindi? Quindi il problema è che ci accendiamo come micce al minimo urto contro una provocazione, un insulto, un'insinuazione; siamo carichi di frustrazione, di stanchezza, di incapacità cognitiva, di confusione, di rumore. Non pratichiamo l'ironia o la pratichiamo sugli altri e mai su noi stessi, con poca intelligenza e pochissima empatia. Tanto vale rinunciare ad ogni presente e futura conquista. Spegniamoci, che è meglio, e accettiamo quel poco o nulla che siamo. "Notte d'artificio" nasce come monito a spogliarsi di ogni ardore nel segno dell'onestà intellettuale. L'unica certezza è il dubbio».

Con "Happy B (ti odio ma l'accetto)" punti il dito contro un certo tipo di spettatori, purtroppo sempre più presenti nei locali italiani…

«Prima di rispondere, lasciami prendere un profondo respiro. Mi è difficile mantenere la calma quando ripenso a certi individui che… oddio, sto cercando di rimuovere quei ricordi. Mi limiterò a dire che ci vuole talento, oltre che bravura, ad impedire che un idiota ti rovini il concerto; d'altronde, si sbaglia in buona fede a fidarsi del tal ingaggio nel tal posto. Bob Dylan, nel suo discorso di ringraziamento per il Nobel, ha dichiarato: «Come artista ho suonato per cinquantamila persone e ho suonato per cinquanta persone, e vi posso dire che è più difficile suonare davanti a cinquanta persone». A parte il fatto che quando suono davanti a cinquanta persone metto un cerchiolino sul calendario (sold out!), non posso che apprezzare questa dichiarazione. Nel mio piccolo ho imparato a dare il massimo in ogni situazione, gettando il cuore oltre l'ostacolo e confidando nell'ispirazione, perché si tratta di far digerire delle novità a gente quantomeno perplessa, spaesata di fronte a uno spettacolo in cui bisogna ascoltare. Sei lì con la chitarra a tracolla, magari c'è un addio al celibato nella sala accanto, tu sei collocato tra il biliardino e la porta del bagno. Devi mostrare prontezza di spirito, replicare con arguzia alle sghignazzate, usare cilindro e bacchetta e insomma essere tetragono ai colpi del destino. Purtroppo c'è la volta in cui inciampi in un brutto presentimento – un presentimento che si autoalimenta sommando una serie di fastidiosi dettagli – finché non arrivi tuo malgrado alla soglia dello scontro fisico. In almeno tre casi ho provato istinti omicidi (l'ultimo dei quali, fedelmente riportato, costituisce il testo di "Happy B"). Credo sia nel diritto del pubblico non apprezzare la tua esibizione e dimostrartelo attraverso un'ostentata indifferenza; ma non è tollerabile giocare al tirassegno col cantautore. In passato, a vent'anni, ero più bravo a incassare: mi dicevo che quella era la gavetta e che prima o poi mi sarei lasciato alle spalle certi contesti. Oggi che ho il doppio degli anni, sono ancora qui che ne parlo».

Nell'album troviamo anche una tua interpretazione di "Lontano lontano" di Luigi Tenco, ricordato recentemente per i 50 anni dalla sua morte. Cosa rappresenta oggi per voi cantautori Tenco? Credi che il suo messaggio sia ancora al passo con i tempi?

«Tenco è diventato un simbolo di intransigenza artistica ma anche di fragilità, di incomprensione. Non fa bene crogiolarsi nel sentimento di esclusione dal branco, si rischia di scambiare l'isolamento per autenticità; ma non si può negare il fatto che pochi artisti abbiano – come Tenco – le credenziali per essere definiti "veri", sganciati da ogni logica di riscontro mediatico. Credo che la parabola esistenziale e artistica di Luigi Tenco debba far riflettere su cosa la canzone d'autore può ancora essere: un centro di gravità che attrae o respinge a seconda della polarità di chi la pratica. Se non hai le carte in regola, se stai bluffando, verrai respinto. Oggi, più di ieri, è necessario non farsi abbagliare dal confezionamento della musica, dalla perfezione tecnica (peraltro facilmente raggiungibile coi computer sia in studio che dal vivo) e devo ammettere che, salvo rari casi, gli interpreti e i musicisti virtuosi finiscono per annoiarmi. La voce di Tenco, al contrario, ha qualcosa di misterioso che illumina inaspettatamente i testi molto semplici delle sue canzoni. Questa essenzialità è prerogativa di pochi. Ammiro gli artisti semplici ed essenziali, e a loro mi ispiro. Ciò detto, il gusto musicale in 50 anni si è evoluto parecchio e non mi considero un nostalgico del passato. Cerco di vivere la mia epoca anche dal punto di vista delle sonorità, delle nuove tendenze; ma alla fine, senza alcun pregiudizio, tante presunte novità mi lasciano indifferente».

Quando Tenco è morto tu non eri ancora nato, eppure…

«I cantautori del passato sono quelli che mi intrigano di più, forse perché agivano in un contesto di scontri generazionali e di fermento sociale, con meno risorse e più volontà rispetto ad oggi, e posso solo immaginare quanto l'uscita di un nuovo disco fosse percepita come un "messaggio" da soppesare con attenzione. Sento in certi pezzi dei '60 e '70 un coraggio e una convinzione che oggi ci sogniamo. Anche ingenuità, nel senso migliore del termine. Perché non mi stanco mai di ascoltare Piero Ciampi? Perché Ciampi scriveva i suoi versi in osteria, su tovaglie di carta, poi correva dal fido Gianni Marchetti in RCA per farseli musicare. La cosa straordinaria è che un professionista come Marchetti le musicava sul serio, quelle tovaglie, senza scacciare l'importuno Ciampi. Miracoli di una gestione illuminata targata Ennio Melis».

Cosa deve accadere perché un evento si traduca in uno stimolo per scrivere una canzone?

«Quando ti abitui a scrivere, sei sempre alla ricerca dello stimolo giusto. Imbratti risme di carta solo per capire che non era lo stimolo giusto. Lo stimolo giusto, però, è già quello che ti fa provare la frustrazione di non riuscirci: se non ci riesci, è perché non stai scavando abbastanza a fondo, non sei ancora sincero con te stesso. Ti accade un evento sconvolgente ma sei bloccato, le parole escono retoriche come le cronache che leggi sui quotidiani locali: significa che non hai ancora elaborato, non hai la giusta prospettiva dei fatti, vedi solo il lato personale e non l'essenza per così dire universale, quella che puoi rileggere a distanza di anni senza provare rammarico per la tua avventatezza».

Dici che prima o poi scriverai un libro delle cose che ti sono capitate suonando in giro per locali. È proprio così ricca di spunti la vita del cantautore?

«Il libro sulle mie infamie da musicista senza lode lo sto già scrivendo a mente, e si dipana tra ciò che avrei voluto aggiungere ai testi delle canzoni e le canzoni che non sono stato in grado di comporre. La cornice di questa narrazione cerebrale è la mia ventennale esperienza come concertista nei bar (si torna sempre lì) in cui mi sono scontrato con testardi avventori che non si facevano scrupoli a sbeffeggiarmi o, nel caso, a pagarmi un giro. Ho tirato mattina a controbattere a tipi strambi che mi scambiavano per il loro psicologo o il loro migliore amico, e tutto perché mi ero messo sotto i riflettori a cantare cose mie. Sai, a volte penso che per un cantautore il gran gioco della musica sia finalizzato a introdursi nella vita di estranei: stimolarli, stuzzicarli, portarli sul tuo terreno di confronto, dopodiché saranno loro a venirti a cercare mentre ti bevi una birra dopo il concerto. D'altronde è quello che faccio io quando assisto a una performance d'eccezione: dopo l'ultima nota, blocco l'artista e gli srotolo l'elenco delle sensazioni che mi ha fatto provare. In questo senso la vita del cantautore è inversamente proporzionale all'eredità materiale che lascerà: ricchissima».


Titolo: Malaccetto
Artista: Ugo Cattabiani
Etichetta: Rigoletto Records
Anno di pubblicazione: 2016

Tracce
(testi e musiche di Ugo Cattabiani eccetto dove diversamente indicato)

01. Malaccetto
02. Rosa dei venti
03. Canzone per un fratello
04. Mi piace il bar  [Andrea G. Pinketts; Ugo Cattabiani]
05. Odette
06. Lontano lontano  [Luigi Tenco]
07. Happy B (ti odio ma l'accetto)
08. Circe
09. Notte d'artificio
10. Bob della Zena

video